Nessuno cerchi i Pfas: la Solvay minaccia i laboratori e toglie gli strumenti agli scienziati

PFAS

Che i Pfas stiano rapidamente diventando il centro di un allarme mondiale, ci sono pochi dubbi. Dall’Italia, dove la contaminazione del Veneto legata alla vicenda Miteni è diventata la più vasta d’Europa, la questione di questi “inquinanti per sempre” (sono chiamati così per la loro capacità di rimanere nell’ambiente per secoli) è rimbalzata prima a Bruxelles e poi dall’altra parte dell’oceano. In Europa – lo abbiamo raccontato qui – la strada dovrebbe essere quella di porre limiti severi, probabilmente per l’intera famiglia di queste molecole, insomma considerando per la prima volta l’effetto cocktail.

Le nuove scoperte, come quelle dell’Università Usa di Notre Dame, che ne ipotizzano la presenza nei piatti e nelle stoviglie compostabili servite nelle mense scolastiche hanno riacceso l’interesse dell’opinione pubblica.

Negli Stati Uniti, invece, queste sostanze, molto usate per la loro caratteristica di impermeabilizzanti, stanno diventando protagoniste di uno scandalo senza fine. L’ultimo atto era stato l’accusa per la Solvay di aver deliberatamente nascosto alle autorità gli studi che dimostravano la pericolosità di quanto produceva e vendeva in tutto il mondo. Un’ipotesi che ha portato alla richiesta all’Epa da parte dell’Environmental Working Group di imporre multe civili e penali per un totale di 434 milioni di dollari alla multinazionale della chimica.

Una vicenda che ha rapidamente fatto il giro del mondo ricordando un precedente illustre: nel 2005 era stata infatti multata la DuPont su denuncia sempre dell’Ong EWG per 10,25 milioni di dollari, per non aver divulgato gli studi sulla tossicità del PFOA usato per il suo Teflon.

Da nuovi documenti in possesso di Consumer Report, oggi si scopre un’altra manovra poco etica della Solvay tesa a impedire che si faccia luce su questa famiglia di molecole chimiche causa di effetti sulla salute, inclusi problemi riproduttivi, danni al fegato e tossicità polmonare.

Un laboratorio canadese – spiega la più importante associazione dei consumatori nordamericana – non può più vendere un prodotto cruciale su cui i ricercatori indipendenti fanno affidamento per testare e analizzare se i PFAS sono presenti nel suolo o nell’acqua, dopo che la Solvay SA ha minacciato il laboratorio di azioni legali.

Nessuno cerchi i Pfas

Il laboratorio è il Wellington Laboratories con sede in Canada, specializzato nella creazione di “standard analitici” di sostanze chimiche, versioni essenzialmente pure di composti che gli scienziati possono utilizzare per monitorare accuratamente la presenza e la concentrazione di un contaminante nell’ambiente. Un lavoro prezioso per gli scienziati, dato che fornisce uno strumento necessario per condurre ricerche accurate su sostanze chimiche di cui si sa poco. E l’azione di Solvay è senza precedenti, secondo i ricercatori e i sostenitori che hanno parlato con Consumer Reports.

“Solvay sta cercando di rendere estremamente difficile, se non impossibile, per gli scienziati accademici misurare accuratamente questo composto nell’ambiente”, afferma Michael Hansen, Ph.D., scienziato senior presso CR.

Alissa Cordner, PhD, professoressa di sociologia al Whitman College di Walla Walla, nello stato di Washington, e co-direttrice del PFAS Project Lab presso la Northeastern University di Boston, concorda. “Senza standard chimici, è estremamente difficile condurre qualsiasi monitoraggio per misurare la presenza e la concentrazione di sostanze chimiche nell’ambiente o nel corpo umano”, afferma all’associazione dei consumatori.

Le offerte di prodotti Wellington in precedenza includevano uno standard per una sostanza chimica PFAS di proprietà di Solvay nota come C6O4, una nuova varietà di PFAS, per sostanze perfluoroalchiliche, un gruppo di composti che include più di 5.000 sostanze chimiche correlate.

Alla fine del mese scorso, il presidente di Wellington, Brock C. Chittim, ha pubblicato una lettera online in cui avvertiva i suoi clienti che stava interrompendo definitivamente il suo standard analitico C6O4, dopo che Solvay aveva sostenuto che violava i diritti di brevetto dell’azienda per la sostanza chimica Pfas.

Una tattica inaudita

Nicole Riddell, PhD, responsabile della qualità di Wellington, ha detto a Consumer Reports che dopo aver appreso della posizione di Solvay nell’estate del 2020, alla società è stato dato un “rilascio temporaneo” per vendere lo standard all’Agenzia ambientale italiana (probabilmente intendendo l’Ispra) per facilitare le indagini sul C6O4 nel nostro paese. Ma dopo sei mesi di discussioni con Solvay, Riddell afferma: “Non siamo stati in grado di ottenere una licenza che consentisse l’accesso non censurato allo standard da parte di qualsiasi gruppo di ricerca interessato ad analizzare questo contaminante ambientale”.

Solvay ha affermato che il suo brevetto si estende alla “produzione, uso, offerta in vendita e vendita di C6O4 per qualsiasi scopo (inclusi gli standard per l’analisi ambientale) e che dovremmo interrompere le nostre vendite per evitare azioni legali”, aggiunge Riddell.

Scienziati indipendenti e associazioni dei consumatori si sono sollevati contro la manovra legale di Solvay, affermando che rappresentava una tattica praticamente inaudita che impedirà la ricerca su una nuova ed emergente sostanza chimica Pfas.

Brian Carroll, responsabile delle comunicazioni esterne di Solvay, ha confermato che la società è venuta a conoscenza degli standard analitici di Wellington all’inizio del 2020 e successivamente “ha stabilito che l’offerta di Wellington violava il brevetto di Solvay”.

Il gioco della Solvay

Dave Andrews, scienziato senior di EWG, afferma che l’azione di Solvay contro Wellington non solo ostacola la ricerca scientifica per una delle sue sostanze chimiche, ma è “coerente con l’incapacità dell’azienda di fornire dati di sicurezza critici all’Epa (l’Agenzia di protezione ambientale Usa, ndr)”.

E ha aggiunto: “È vergognoso che Solvay stia facendo rispettare i diritti di brevetto, ostacolando la capacità dei ricercatori di documentare l’entità della contaminazione da Pfas nell’ambiente o di studiarne in modo indipendente la tossicità”.

Non solo. Finora per cercare questi Pfas i ricercatori ricorrono a una analisi non mirata, uno sforzo costoso e che richiede tempo. E Solvay ha già messo in dubbio che il metodo di prova dia risultati affidabili. Solvay cerca di fare ostruzionismo, afferma Hansen di Consumer Reports. “Da un lato, l’azienda non fornirà ai ricercatori lo standard necessario per esaminare uno dei suoi Pfas. Dall’altro, dice che non puoi fidarti dei risultati che non utilizzano quello standard”.

Il C6O4 fa la sua prima comparsa in Italia

Il C604, il prodotto che sembra che la Solvay faccia di tutto per nascondere, ha fatto la sua comparsa pubblica proprio in Italia nel 2019, dopo che un comunicato stampa della Regione Veneto aveva portato l’attenzione sulla sua presenza nelle acque superficiali interne del Polesine. Un ritrovamento che poneva alcuni interrogativi sulla origine e provenienza di tale composto non in vicinanza di un sito industriale. Si tratta di una molecola registrata da Solvay e Miteni (l’azienda, ora fallita, protagonista della più grande contaminazione ambientale europea, quella Veneta).

La sua presenza ambientale, secondo gli scienziati, deve indirizzare l’attenzione sulla necessaria identificazione di fluoropolimeri e telomeri, specie se precursori di Pfas a rilevante interesse tossicologico, quali Pfoa e Pfos.

Dopo che le normative di mezzo mondo hanno iniziato a limitare i Pfas, i principali produttori, tra cui Solvay, hanno gradualmente eliminato quei composti meglio studiati e li hanno sostituiti con sostanze più nuove che affermano essere più sicure.

Ma i ricercatori dicono che gli studi sui nuovi Pfas suggeriscono rischi simili e per questo tanto in Euiropa che negli Stati Uniti la richiesta alle Autorità di sicurezza è di regolamentare l’intero gruppo come una “classe chimica”, invece di fissare i limiti uno per uno.