Covid, Lancet: “Non ci sono prove che l’immunità di gregge sia efficace”

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“Qualsiasi strategia di gestione della pandemia basata sull’immunità naturale dalle infezioni è pericolosa. La trasmissione incontrollata del virus fra i giovani comporta rischi di morbilità e mortalità significative in tutta la popolazione“. È questo il contenuto essenziale dell’appello sottoscritto da oltre 80 scienziati di fama mondiale – compresi gli italiani Walter Ricciardi, Anna Odone e Carlo Signorelli – sull’autorevole Lancet per dire che non ci sono prove scientifiche sull’efficicacia dell’immunità di gregge.

Ecco di seguito il testo integrale dell’appello apparso con tutte le qualifiche dei firmatarie  sul sito “The John Snow Memoradum”, come tradotto dal sito speciliazzato Quotidiano Sanità:

La sindrome respiratoria acuta grave coronavirus 2 (SARS-CoV-2) ha infettato più di 35 milioni di persone in tutto il mondo, con oltre 1 milione di decessi registrati dall’OMS al 12 ottobre 2020. Una seconda ondata di COVID-19 colpisce l’Europa e, con l’avvicinarsi dell’inverno, abbiamo bisogno di una comunicazione chiara sui rischi e sulle strategie efficaci per contenerli.

Con questo documento, condividiamo il nostro punto di vista basato sulle evidenze.
SARS-CoV-2 si diffonde attraverso il contatto (tramite goccioline e aerosol più grandi) e la trasmissione a lungo raggio avviene tramite aerosol, specialmente in condizioni di scarsa ventilazione. La sua elevata infettività, combinata con la suscettibilità delle popolazioni non esposte al nuovo virus, crea le condizioni per una rapida diffusione della comunità.

Il tasso di mortalità per infezione del COVID-19 è di molte volte superiore a quello dell’influenza stagionale e l’infezione può portare a malattie persistenti, anche in persone giovani e precedentemente sane.

Non è chiaro per quanto tempo duri l’immunità protettiva e, come altri coronavirus stagionali, SARS-CoV-2 è in grado di reinfettare le persone che hanno già avuto la malattia, ma la frequenza della reinfezione è ancora sconosciuta.

La trasmissione del virus può essere mitigata attraverso il distanziamento sociale, l’uso di protezioni per il viso, curando l’igiene delle mani e delle vie respiratorie ed evitando assembramenti e spazi poco ventilati.
Anche test rapidi, tracciamento dei contatti e isolamento sono fondamentali per il controllo della trasmissione. L’OMS ha sostenuto queste misure sin dall’inizio della pandemia.

Nella fase iniziale della pandemia molti Paesi hanno istituito blocchi (restrizioni della libera circolazione della popolazione, compreso l’ordine di rimanere a casa e lavorare in smart working) per rallentare la rapida diffusione del virus. Sono state misure essenziali per ridurre la mortalità. Evitare il collasso dei servizi sanitari e guadagnare tempo per mettere a punto strategie di risposta alla pandemia da implementare dopo il lockdown.

I lockdown hanno inciso pesantemente sulla salute mentale e fisica e hanno recato danni all’economia, ma a pagare ora il prezzo più alto sono quei Paesi che non hanno approfittato del fermo delle attività per porre in essere sistemi di controllo efficaci al momento della riapertura. In assenza di disposizioni adeguate per gestire la pandemia e il suo impatto sulla società, questi paesi hanno dovuto affrontare continue restrizioni.

Ciò ha comprensibilmente portato a una diffusa demoralizzazione. L’arrivo di una seconda ondata di contagi ha riacceso i riflettori sul cosiddetto approccio di “immunità di gregge”, i cui sostenitori suggeriscono che porterebbe allo sviluppo dell’immunità all’infezione nella popolazione a basso rischio, che a sua volta proteggerebbe le fasce più vulnerabili.

È una strategia non supportata da prove scientifiche. Qualsiasi strategia di gestione della pandemia basata sull’immunità naturale dalle infezioni è pericolosa. La trasmissione incontrollata del virus fra i giovani comporta rischi di morbilità e mortalità significative in tutta la popolazione.
Oltre al costo umano, questa strategia avrebbe un impatto devastante sulla forza lavoro e porterebbe al collasso le strutture sanitarie.

Inoltre, non ci sono prove di un’immunità protettiva duratura alla SARS-CoV-2 a seguito di infezione naturale e la trasmissione endemica, che sarebbe la conseguenza della scomparsa dell’immunità, rappresenterebbe un rischio per le popolazioni vulnerabili per un tempo indefinito.
Definire chi è vulnerabile è complesso; e consideriamo quelli a rischio di malattie gravi, la percentuale di persone vulnerabili, in alcune regioni, può arrivare a rappresentare fino al 30% della popolazione.

L’isolamento prolungato di vaste fasce della popolazione è praticamente impossibile e non è etico. L’evidenza empirica di molti Paesi mostra che non è fattibile limitare i focolai incontrollati a particolari settori della società.
Un simile approccio rischia inoltre di esacerbare ulteriormente le disuguaglianze socioeconomiche e le discriminazioni strutturali già messe a nudo dalla pandemia. Sono essenziali sforzi speciali per proteggere i più vulnerabili, ma devono andare di pari passo con strategie agite su più fronti a livello di popolazione.

Ancora una volta, dobbiamo affrontare un aumento in rapida accelerazione dei casi di COVID-19 in gran parte dell’Europa, negli Stati Uniti e in molti altri Paesi in tutto il mondo.

È fondamentale agire con decisione e urgenza. Devono essere implementate misure efficaci che sopprimano e controllino la trasmissione; queste misure devono essere supportate da programmi finanziari e sociali che incoraggino le risposte della comunità e affrontino le ingiustizie che sono state amplificate dalla pandemia.

Probabilmente saranno necessarie ulteriori restrizioni continue a breve termine, per ridurre la trasmissione e correggere le attività di risposta, per evitare futuri lockdown.

Lo scopo di queste restrizioni è sopprimere efficacemente le infezioni da SARS-CoV-2 a livelli tali da consentire il rilevamento rapido di focolai localizzati e una risposta rapida attraverso sistemi di ricerca, test, tracciamento, isolamento e supporto efficienti e completi, in modo che la vita possa tornare quasi alla normalità, senza la necessità di ricorrere a restrizioni generalizzate.

La protezione delle nostre economie è indissolubilmente legata al controllo di COVID-19. Dobbiamo proteggere la nostra forza lavoro ed evitare l’incertezza a lungo termine.
Giappone, Vietnam e Nuova Zelanda, per citare alcuni paesi, hanno dimostrato che risposte robuste di salute pubblica possono controllare la trasmissione, consentendo un livello di vita quasi normale.

L’evidenza è molto chiara: il controllo della diffusione nella comunità del COVID-19 è il modo migliore per proteggere le nostre società ed economie fino all’arrivo di vaccini e terapie sicuri ed efficaci nei prossimi mesi. Non possiamo permetterci distrazioni che minano una risposta efficace; è essenziale agire con urgenza sulla base delle prove.