La denuncia dei rider: “Ecco come ci hanno fatto lavorare durante il lockdown”

Mentre noi stavamo a casa, loro lavoravano per noi. Mentre discutevamo di jogging e passeggiate, loro pedalavano per portare nelle case di tutti pizza, sushi e hamburger. Senza uno stipendio vero, quasi sempre senza un contratto vero o contribuzione previdenziale. Soprattutto senza quei dispositivi di protezione individuali raccomandati per chiunque frequenti luoghi pubblici o sia a contatto con altre persone. Se il lockdown e la paura della pandemia hanno paralizzato in casa tutto il paese, per i rider delle consegne a domicilio il periodo più acuto della crisi Covid ha significato un ulteriore stazione nella via crucis per i diritti di migliaia di persone che fin qui hanno dovuto lottare anche solo per vedersi riconosciuti come categoria lavorativa. Figuriamoci per rivendicare il diritto alla salute e quello di operare in condizioni di sicurezza in tempi di contagio. “Per le prime due settimane, quando la crisi è esplosa, le aziende hanno semplicemente fatto finta di niente e preso tempo”, racconta Angelo di Deliverance Milano, il sindacato collettivo indipendente dei riders che nel 2017 ha organizzato il primo sciopero multipiattaforma in Italia. “Sapevamo benissimo che la nostra sicurezza e la nostra salute, come ampiamente dimostrato anche prima del Coronavirus, non era e non è una priorità delle aziende del delivery. Per questo dopo aver chiesto mascherine e guanti e non aver ottenuto alcuna risposta abbiamo deciso di indire uno sciopero ad oltranza dando indicazione ai riders di lavorare il meno possibile”. Che significa, però, guadagnare (ancora) meno e perdere punti nelle statistiche che regolano l’algoritmo che assegna le consegne. “Basta lavorare senza dispositivi di sicurezza in piena emergenza – scriveva in un comunicato “Deliverance Milano” l’11 marzo scorso – Non siamo monatti”. “Ma le piattaforme hanno continuato a far finta di niente – prosegue Angelo – la risposta in sostanza era: “Non dobbiamo fornirvi nulla, siete lavoratori autonomi”.

 

I rider di Schrödinger

Dopo anni di discussioni e promesse, infatti, la realtà dei rider è ancora oggi simile a quella del gatto di Schrödinger, vivo o morto al tempo stesso. Se infatti grazie al decreto 101 del 2019 i lavoratori delle piattaforme digitali si sono viste riconosciute alcune tutele in un quadro che li vede comunque impiegati “non subordinati”, è stata la Corte di Cassazione nel gennaio scorso a stabilire che ai rider vanno riconosciuti i diritti della subordinazione riconoscendo la figura del collaboratore etero-organizzato. Una confusione legale in cui le aziende continuano a giocare a nascondino facendo il bello e il cattivo tempo in un settore ancora poco sindacalizzato e caratterizzato da un numero altissimo di lavoratori stranieri che spesso non parlano neanche l’italiano.

L’inchiesta milanese sulle mascherine

Di sicuro la questione sicurezza dei riders ai tempi del coronavirus non è sfuggita alla Procura di Milano dove da mesi c’è aperto un fascicolo d’inchiesta condotto dal pm Maura Ripamonti e dal procuratore aggiunto Tiziana Siciliano sul trattamento riservato ai lavoratori da parte delle piattaforme digitali. Perché l’ipotesi al vaglio della magistratura è che in questa emergenza le società avrebbero omesso di valutare il rischio biologico fornendo fra altro poche mascherine ai lavoratori. Una situazione fotografata anche da una relazione consegnata in procura dai carabinieri del Nucleo ispettorato del lavoro di Milano nella quale si dava conto delle precauzioni prese dalle piattaforme per la sicurezza dei lavoratori sulla base di un questionario al quale hanno risposto soltanto Glovo, JustEat e Deliveroo. Per quanto riguarda invece UberEats i militari non sono riusciti a reperire una sede fisica o rintracciare un rappresentante mentre è risultato impossibile anche inviare mail all’indirizzo di posta certificata depositato alla Camera di Commercio. “La casella non riceve posta in entrata”, hanno spiegato i militari alla procura. Ai carabinieri JustEat ha risposto di aver aggiornato il “Documento valutazione rischi” ricomprendendo i rider e inviando i kit protettivi, mentre Deliveroo e Glovo hanno spiegato di aver organizzato consegne di dpi ai lavoratori.

Il rimborso? Impossibile

Ma la realtà, secondo quanto emersa dalle inchieste e dalle testimonianze dei rider, non starebbe affatto così. Quando l’emergenza era già alla terza settimana e le proteste dei lavoratori si facevano sempre più forti, infatti, UberEats e Deliveroo hanno annunciato la possibilità di accedere ad un rimborso spese di 25 euro per l’acquisto di mascherine. “Ma è una presa in giro, un modo per salvare le apparenze – racconta un rider romano –  A parte che in quella fase trovare le mascherine era praticamente impossibile, la realtà è che è impossibile avere il rimborso”. Se infatti la app di UberEats non permette di accedere alla sezione per richiedere i 25 euro, Deliveroo respinge le richieste perché sullo scontrino c’è scritto “prodotti medicali” e non mascherine o guanti. “Teniamo a ricordarti – ha scritto Deliveroo via mail in risposta alle molte proteste – che qualora non ti sentissi nelle condizioni adatte allo svolgimento delle tue prestazioni, puoi sempre cancellare le sessioni prenotate”. Ancora una volta: o così, o niente. Se non te la senti, non lavorare.

L’assicurazione per il contagio

Dal canto suo Deliveroo nelle scorse settimane ha annunciato anche di aver sottoscritto una copertura assicurativa per i rider qualora venissero contagiati da Coronavirus: 350 euro lorde di indennità in caso di isolamento domiciliare, fino a 30 euro al giorno per 30 giorni in caso di ricovero in ospedale e fino a 1500 euro in caso di ricovero in terapia intensiva. “Ma per poter avere diritto a questo rimborso – ci spiega uno dei riders – bisogna avere la certificazione dell’avvenuto contagio. E quindi un doppio tampone positivo. Peccato che in piena emergenza qui in Lombardia, ma anche nel resto d’Italia, fare un tampone era praticamente impossibile”.

Il 35% per ogni ordinazione

Nel frattempo il volume d’affari per le piattaforme cresceva a vista d’occhio. Secondo alcune stime, infatti, in tutta Italia (almeno nelle regioni dove questo era permesso) il 30% dei ristoranti collegati con le piattaforme è rimasto aperto durante il lockdown per il solo servizio di delivery. “In questo momento nuovi clienti e nuovi ristoratori si sono avvicinati al take away digitale – commentava a marzo Daniele Contini, Country Manager di Just Eat in Italia – e ci aspettiamo che questo trend possa persistere anche dopo questo momento di difficoltà”. Anche perché, nei giorni si crisi, le piattaforme hanno trattenuto fino al 35% del prezzo di ogni ordinazione come intermediazione, senza contare le spese che i gestori dei ristoranti sostengono per l’affitto dell’hardware.

Le multe e i tribunali

Di sicuro, chi è rimasto aperto lo ha fatto tagliando il personale, col risultato che gli ordini si accumulavano e rider erano costretti ad aspettare in fila fuori dai locali. Col rischio di essere multati per assembramento. E se a Milano i lavoratori hanno chiesto l’aiuto di Comune e Prefettura per scongiurare il rischio, a Pisa ad inizio aprile sei di loro sono stati multati per 280 euro mentre attendevano in fila il momento per parcheggiare i motorini nel deposito dell’azienda a fine turno. Ad inizio aprile, intanto, anche Assodelivery, l’associazione delle aziende che fanno consegne di cibo a domicilio, annunciava la distribuzione dei kit. Un mese dopo l’inizio dell’emergenza. “Stiamo distribuendo le mascherine ai rider che operano con le piattaforme aderenti (Deliveroo, Glovo, Just Eat, Uber Eats e Social Food, ndr) – spiegava al Corriere della Sera il presidente Matteo Sarzana – È un’iniziativa aggiuntiva a quanto previsto dalla normativa, sviluppata in un’ottica di responsabilità sociale”. Peccato che quella annunciata distribuzione non sia stata esattamente un successo. Innanzitutto perché, stando a quanto ricostruito, fatta soltanto a Roma e a Milano e poi perché organizzata con modalità tutt’altro che capillari e con forniture risibili. “Glovo ad esempio – ci dice un ragazzo con la pettorina verde in attesa fuori da un locale romano – distribuiva le mascherine soltanto in alcuni ristoranti, senza avvertire prima e indicare i luoghi”. A Bologna, invece, fuori dagli esercizi maggiori c’erano degli steward col compito di distribuire mascherine. Così per chi non ha avuto accesso alla distribuzione sono rimaste tre possibilità: rinunciare a proteggersi, adattarsi in proprio o ricorrere ai tribunali. Che in tre casi (a Roma per un rider di Glovo e a Firenze per uno di Just Eat entrambi assistiti dalla Cgil, a Bologna con un lavoratore Deliveroo assistito dal sindacato autonomo Riders Union) hanno messo in mora le aziende inadempienti intimandogli di fornire i dispositivi di protezione.

Col passare delle settimane le cose sono andate migliorando quando gli enti regionali hanno iniziato ad assicurare la distribuzione di mascherine, come a Milano o in Toscana. O quando, come nel Lazio, la Regione ha dato un contributo economico destinato ai lavoratori per l’acquisto delle mascherine. Ma anche in questo caso i problemi non sono mancati. “Le comunicazioni nei primi giorni sono state fatte unicamente in italiano – racconta un rider milanese – e gran parte dei lavoratori quasi non parla la nostra lingua. Dopo molte segnalazioni qui sono state fatti anche volantini multilingua. Ma la realtà è che tanti rider hanno continuato a lavorare senza alcuna protezione, soprattutto molti ragazzi stranieri non in regola con i documenti che hanno preferito non avvicinarsi ai centri di distribuzione dei kit nel timore di controlli”.