La retta della scuola o della palestra? Senza un accordo è difficile non pagare

La retta del nido, della palestra, del corso di teatro. Sono tantissimi i contratti che abbiamo stipulato (l’iscrizione al nido come alla palestra avviene tramite un contratto tra le parti) e che in questo momento non stanno trovando applicazione. Come bisogna comportarsi in questi casi? Lo abbiamo scritto più volte: siamo di fronte ad un’impossibilità (per il momento parziale) della prestazione. Per cui, secondo il codice civile il debitore (la famiglia che deve pagare la retta del nido o della palestra) può rifiutarsi di pagare il servizio di cui non sta usufruendo. Attenzione, perché la pretesa non è automatica: non è, infatti, una disposizione contenuta in un decreto (si pensi all’anullamento del viaggio e alle modalità di rimborso previste esplicitamente nel decreto legge 9/2020) e quindi automaticamente applicabile. Per far valere questo diritto, bisogna ricorrere alle vie legali, ovvero intentare una causa. Il rischio di tutto questo lo spiega bene al Salvagente Alberto Posani, avvocato civilista di uno noto studio milanese: “Il pericolo è che ci troveremo davanti ad una marea di cause civili, tra l’altro di modesto importo  dopo aver fatto tanto (con scarsi risultati) per diminuire il contenzioso legale ci troveremmo all’improvviso con un carico extra”. Certo – continua il legale – la cosa migliore sarebbe un intervento legislativo che regolasse la materia cercando di tenere in giusto conto gli interessi di tutti, di chi ha pagato e non ha ottenuto un servizio e di chi si trova improvvisamente senza entrate. In assenza – aggiunge Posani – potrebbe intervenire il buon senso e trovare un accordo fai da te con le stesse caratteristiche.

Un accordo tra le parti è anche l’auspicio di Paolo Uniti, segretario di Assonidi-Confcommercio. “Una premessa è doverosa come cittadino prima ancora che come segretario di un’associazione che raggruppa i proprietari di asili nido privati: lo sforzo del governo per cercare di venire incontro ai cittadini e alla imprese che stanno pagando i danni economici e materiali dell’emergenza coronavirus è certamente apprezzabile, tuttavia non posso non constatare che le micro-imprese come i servizi per l’infanzia privati sono stati completamente dimenticati. Non vale per loro l’agevolazione (il cosiddetto bonus affitti) in favore dei lavoratori autonomi (negozianti, commercianti, artigiani ecc.) costretti a chiudere le attività per rispettare le misure restrittive volte a limitare il contagio e questo significa che devono continuare a pagare per intero l’affitto dei locali a meno di una rimodulazione lasciata alla generosità del proprietario dell’immobile. Oltre a questo ci sono gli stipendi dei dipendenti da onorare”.

Detto questo – aggiunge il segretario – comprendo le richieste delle famiglie che hanno pagato la retta di marzo o gli si chiede di pagare la retta di aprile; un servizio che non è stato (o non verrà) usufruito. Per tutti questi motivi, il suggerimento, che come Assonidi stiamo dando ai nostri associati è quello di cercare di giungere ad un accordo bonario con le famiglie che tenga conto di tutte le esigenze: mi piacerebbe parlare di un contributo di continuità, senza necessariamente indicare una percentuale del dovuto, in favore di un progetto educativo e pedagogico a cui le famiglie hanno iscritto il proprio bambino.

Non dobbiamo dimenticare -è l’appello di Uniti – che, passata l’emergenza, si ritornerà alla normalità e il rischio è che a settembre il 60% dei nidi privati avrà chiuso perché non sarà riuscito a sopravvivere a questa crisi. Con la conseguenza che non ci saranno posti a sufficienza per soddisfare le richieste di tutte le famiglie. Ed è questa la rivendicazione contenuta nella lettera che abbiamo inviato al presidente della Repubblica Mattarella e alle Regioni: in particolare a queste ultime abbiamo chiesto di creare un fondo di emergenza destinato a superare questo momento.