Allarme Pfas nelle fattorie del Maine fertilizzate coi fanghi di depurazione

Tanto tuonò che alla fine piovve. Per il momento in Maine, lo Stato più a nord est degli Stati Uniti. Ma la storia raccontata da The Intercept (il giornale che ha tirato fuori le carte che dimostrano il processo farsa all’ex presidente Brasiliano Lula che stanno facendo il giro del mondo) potrebbe portare più di una nuvola nera anche da noi.

Ma andiamo con ordine e torniamo nel Maine, dove è stato scoperto che il terreno, il fieno e il latte delle mucche della fattoria contengono livelli estremamente elevati di PFAS. Sostanze chimiche estremamente pericolose per l’uomo e decisamente resistenti nel terreno. Composti che generalmente si trovano negli scarichi industriali e invece nei terreni degli agricoltori nordamericani sono finite tramite i fanghi di depurazione. Quelli  testati dal Dipartimento per la protezione dell’ambiente del Maine sono stati contaminati con prodotti chimici PFAS, secondo i documenti ottenuti da The Intercept. Lo Stato ha testato il fango, i rifiuti solidi che rimangono dopo il trattamento dell’acqua domestica e industriale, per la presenza di tre “sostanze chimiche persistenti”: PFOA, PFOS e PFBS. Dei 44 campioni prelevati dalle fattorie del Maine e da altre strutture che distribuiscono il compost prodotto dai fanghi, tutti contengono almeno uno dei prodotti chimici PFAS. In tutti tranne due dei campioni, le sostanze chimiche hanno superato le soglie di sicurezza per i fanghi che il Maine ha stabilito all’inizio dello scorso anno.

Da lì al latte delle mucche, il passo è stato ovviamente breve e a marzo lo Stato del Maine ha annunciato che avrebbe temporaneamente interrotto l’applicazione dei fanghi e avviato i test, dopo aver trovato il latte proveniente da una fattoria di Arundel, contaminato. Questi risultati, spiega il giornale americano, che non sono ancora stati pubblicati o riportati, provengono dal primo round di test. Sono stati raccolti altri 28 campioni ma le analisi non sono ancora disponibili.

Pfas anche nel piatto

L’evidenza di una contaminazione diffusa dei fanghi arriva pochi giorni dopo che uno studio sulla Food and Drug Administration ha rivelato che i PFAS sono stati trovati anche nei prodotti alimentari. L’indagine, condotta dai chimici della FDA ma resa pubblica dal Fondo per la difesa ambientale e dal Gruppo di lavoro sull’ambiente, ha rilevato 16 sostanze chimiche PFAS in campioni di alimenti raccolti da negozi di alimentari nella regione del Medio Atlantico.

Tutti i PFAS persistono indefinitamente nell’ambiente e molti hanno mostrato di danneggiare le persone. PFOA e PFOS, i due più conosciuti di questa famiglia, sono stati collegati a effetti sullo sviluppo, la riproduzione e il sistema immunitario, oltre a tumori, malattie della tiroide e obesità. Mentre la FDA afferma che “sta lavorando per capire meglio la potenziale esposizione alimentare alla PFAS”, i ricercatori hanno già chiaramente dimostrato che le verdure possono assorbire le sostanze chimiche PFAS dal terreno nelle loro foglie. E l’EPA ha notato che la dieta è probabilmente la fonte primaria di esposizione umana.

Caro ministro Costa, cosa spettiamo per intervenire?

Le nuvole nere che si sono addensate al di là dell’oceano potrebbero ben presto arrivare anche in Italia dove lo scorso dicembre il Senato ha approvato in via definitiva la conversione in legge del decreto Genova che. L’articolo 41 del provvedimento infatti ha aumentato di venti volte il limite degli Ipa, Idrocarburi policiclici aromatici, nei fanghi di depurazione usati per concimare i campi e nello stesso tempo ha innalzato in modo spropositato i livelli di diossine e metalli pesanti, con gli emendamenti peggiorativi approvati alla Camera.

A differenza del Maine, però, dove per lo meno lo Stato ha condotto prove in campo per valutare gli effetti dello spargimento dei fanghi, da noi non ci risulta che nessun ente stia monitorando l’effetto sulla terra che i fanghi stanno comportando. Come ha anche confermato l’inchiesta di Fanpage a cui l’Arpav ha ammesso candidamente di non fare analisi sui terreni. E il ministro Costa, che in occasione della nostra petizione per fermare i fanghi tossici che avvelenano il made in Italy aveva promesso una rapida correzione del decreto, non ha ancora trovato il tempo per intervenire. A oggi le firme che abbiamo raccolto sono poco meno di 80mila: a loro come a tutti quelli che consumano frutta, verdura e latte italiano sarebbe il caso di dare una risposta, non crede ministro?