Biossido di titanio in nanoparticelle: ecco i rischi di ciò che mangiamo

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Il consumo di alimenti contenenti biossido di titanio ha un impatto sul microbiota intestinale, ovvero sui miliardi di organismi, soprattutto batteri, che popolano il nostro intestino. Questo potrebbe scatenare malattie infiammatorie intestinali e il cancro del colon-retto. E’ la conclusione cui è giunto uno studio dell’Università di Sidney: i ricercatori si sono soffermati, in particolare, sui danni dell’additivo quando presente in dimensione nano. Una circostanza che si verifica spesso come ha dimostrato anche il test che Il Salvagente ha condotto su 12 prodotti, tra snack, gomme, caramelle e farmaci.

Il biossido di titanio è un additivo che si può trovare in molti prodotti: dagli alimenti alle vernici passando per i cosmetici. Viene utilizzato come sbiancante oppure come filtro Uv. I ricercatori dell’università di Sidney lo hanno trovato in più di 900 prodotti alimentari come chewing gum e maionese: viene, insomma, consumato ogni giorno di gran parte della popolazione generale.

Wojciech Chrzanowski, co-autore dello studio, ha affermato che il “loro lavoro ha aggiunto materiale sulla tossicità e sicurezza delle nanoparticelle e sul loro impatto sulla salute e sull’ambiente”: “L’obiettivo di questa ricerca è stimolare discussioni su nuovi standard e regolamenti per garantire l’uso sicuro delle nanoparticelle in Australia e nel mondo”, ha affermato sottolineando come sia necessario rivedere la regolamentazione su questo additivo.

Se la Francia ha deciso di vietare, a partire dal 1 gennaio 2020, la commercializzazione di alimenti contenti il biossido di titanio, in Australia e in Europa sulla sua sicurezza sembrano non esserci dubbi. “Qui in Australia – spiega Chrzanowski – al momento non è prevista la rimozione di alimenti contenenti l’additivo dagli scaffali dei supermercati, tuttavia la Food Standards Australia New Zealand (Fsanz) afferma che sta monitorando da vicino il problema delle nanotecnologie”. Sul biossido di titanio, invece, nel 2015, l’Agenzia ha commissionato una revisione della sicurezza dell’E171 che ha rilevato che non vi sono prove di rischi per la salute derivanti dal consumo di alimenti che contengono l’additivo. Simile il parere dell’Efsa che, dopo averlo assolto nel 2016, lo scorso anno ha addirittura chiuso le porte ad un’eventuale nuova valutazione ignorando i rischi che sono emersi dai recenti studi francesi.