Un caffè corretto (dalle ingiustizie)

Illy, Lavazza, Kimbo, Nespresso, Nescafé, Splendid, Palombini, Vergnano, Pellini. E poi Coop, Esselunga. 11 capsule passate sotto il setaccio di tre laboratori per scoprire se nascondono pericoli per la salute e quali siano di qualità migliore. Al caffè e alle sue tante facce è dedicata la copertina del Salvagente di maggio, in edicola e in digitale qui

Strana storia quella del caffè. Una di quelle storie che a scorrerla dietro le brillanti apparenze delle pubblicità, fatte di personaggi del jet set cinematografico, mostra una realtà dal gusto duro e crudele. Ce ne occupiamo nella storia di copertina del numero di Salvagente che trovate in edicola, quella in cui abbiamo portato in laboratorio 11 marche di capsule per espresso per capire se in uno dei consumi crescenti deli italiani si nascondano rischi per la salute. Ma non solo, abbiamo anche cercato di fare un viaggio nelle ingiustizie di uno dei prodotti più discutibili del mercato alimentare.

Un fiume in piena di denaro (per pochi)

Per capire questa storia, come sempre, bisogna seguire il flusso di denaro. Più che un flusso un fiume in piena, che continua a ingrossarsi: più di 200 miliardi dollari in tutto il mondo ogni anno, con ricavi crescenti per i big del settore. Risalendo la corrente, però, si scopre che alla fonte ci sono produttori che non ce la fanno più. E per la prima volta c’è perfino chi ha scelto di non raccogliere più i chicchi di “oro verde”. Non per protesta, solo perché lavorerebbe in perdita, con un prezzo del caffè crollato a poco più di 90 centesimi di dollaro per libbra (la metà di quanto veniva pagato solo 4 anni fa).
“Questo mercato è dominato da movimenti speculativi di chi scommette sui futures facendo utili senza riconoscere alcun valore alla filiera. Un’economia decisa in borse distanti migliaia di chilometri da chi produce e dalle condizioni in cui lo fa” commenta Paolo Pastore, direttore di Fairtrade Italia.

Il prezzo? Lo decidono pochi

Il prezzo del caffè, infatti, è stabilito in borsa e né i coltivatori, né i traders, gli importatori, possono contrattarlo. Un meccanismo aggiunge Pastore: “che produce fenomeni migratori globali che in molti pensano di combattere con muri e non correggendo le ingiustizie”. Scelta diametralmente opposta quella testimoniata dal sistema di certificazione Fairtrade che spesso vediamo comparire sulle confezioni del caffè. In questo caso, infatti, il prezzo è trasparente e non soggetto alle fluttuazioni di mercato ma stabilito con una consultazione di tutti i protagonisti di questa filiera. Ed è fissato a 1,35 dollari, più 20 cent a libbra di premio, la somma aggiuntiva che va investita in infrastrutture e altre opere utili al produttore e alla sua comunità. Un esempio di cosa sia il premio ce lo offre proprio Pastore. “In Colombia ho visitato le vallate di Medellin dove sono andati via i narcos e dove i contadini erano costretti a coltivare coca sotto minacce. Ora grazie ai progetti Fairtrade lavorano per il loro futuro e per quello dei figli che possono tornare a scuola. E anche per il nostro, costruendo la pace”.

“Aiutiamoli a casa loro”

A chi, di fronte a una storia anche crudele come quella del caffè (e non solo di quello), si domanda “Cosa posso fare io?” la risposta è “aiutiamoli a casa loro”. In questo caso, però, non si tratta di slogan ma della scelta di cambiare le regole di un mercato ingiusto. E che da noi ha ancora tanti margini di crescita se è vero che gli italiani spendono mediamente 3 euro l’anno per un acquisto equosolidale certificato, mentre in Germania siamo a 22 e in Svizzera addirittura a 70 euro.

A livello globale, ancora una volta, l’attenzione del consumatore ha già spostato alcune strategie, convincendo big come Starbucks e Nespresso e alcune catene della grande distribuzione a non considerare più “l’etico” come un prodotto simbolo ma come un mercato interessante.