Glifosato, la lobby Monsanto torna alla carica

La recente sentenza di un giudice di San Francisco che ha ribadito la cancerogenicità del glifosato ha evidentemente messo paura al gigante Monsanto che ha ripreso – con successo – la sua azione di lobby. Così nel giro di pochi giorni, il Brasile ha fatto marcia indietro sul divieto per gli agricoltori ad usare l’erbicida e negli Stati Uniti la Camera cerca di approvare senza troppo clamore una legge che impedirebbe alle amministrazioni locali di vietare l’uso del glifosato nei parchi giochi.

Solo qualche settimana un tribunale di San Francisco ha condannato Monsanto a pagare quasi 290 milioni di dollari a un giardiniere che si è ammalato di cancro dopo che per due anni ha massicciamente usato due dei suoi pesticidi a base di glifosato. Una sentenza destinata  a fare giurisprudenza e, di conseguenza, a mettere in allarme la multinazionale che deve affrontare almeno 5mila processi simili che molto probabilmente si concluderanno alla stessa maniera. Sarà un caso, o forse no, ma quello che sta accadendo in questi giorni sembra frutto di una pressione della Monsanto che – come racconta la cronaca di questi ultimi anni – non ha mai risparmiato una massiccia azione di lobby sulle istituzioni chiamate ad esprimersi sull’autorizzazione del suo principale erbicida.

Negli Stati Uniti, l’Ewg ha scovato – nel testo del Farm bill in discussione alla Camera – un emendamento che impedirebbe ai governi locali di adottare i propri regolamenti sui pesticidi, incluse ordinanze che proibiscono l’uso del glifosato, il principio attivo della Roundup della Monsanto, nei parchi e nei parchi giochi. Ad oggi nel paese si contano 155 ordinanze cittadine e provinciali che vietano l’uso del glifosato killer: ordinanze che potrebbero scomparire da un giorno. E stiamo parlando di piccole contee ma anche di stati grandi come San Francisco.

In Brasile, invece, la Corte d’appello ha abolito una sentenza con la quale il giudice federale aveva disposto la sospensione dell’utilizzo del glifosato fino a quando non sarebbero state disponibili certezze sulla sicurezza dell’erbicida più usato al mondo. A questa sentenza Monsanto aveva presentato ricorso e la Corte gli ha dato ragione stabilendo che “nulla giustifica” la sospensione, “senza un’analisi preliminare del grave impatto che avrebbe sull’economia del paese e sulla produzione in generale”.