A chi è servita davvero la bufala del “Parmigiano come il fumo di sigaretta”?

Ormai è chiaro. Anche chi ha gridato “Al lupo! Al lupo!” su presunte immagini choc sugli alimenti del made in Italy e sulla tassazione di olio extravergine, parmigiano e prosciutto italiano, ha dovuto ammettere che – come spiegava sul Salvagente Enrico Cinotti due giorni fa – che si tratta di una bufala.

Chi sono i “matti”?

Niente parmigiano come il fumo, insomma, né penalizzazione di olio e simili. Fatta chiarezza di un allarme montato (quasi) sul nulla e delle tante dichiarazioni poco equilibrate di ministri e uomini politici italiani (quel “Sono matti” urlato da Salvini ai microfoni senza neppure essersi preso la briga di leggere un rapporto che pure era pubblico da un mese e mezzo), resta da chiedersi perché sia nata quella che abbiamo subito definito una bufala. E cosa abbia prodotto la reazione isterica italiana.

Abbiamo pochi strumenti per dare una risposta ai nostri lettori sulla prima domanda. I fatti sono che a lanciare la denuncia è stato un articolo de Il Sole 24 Ore il quotidiano di Confindustria e che non a caso Federalimentare (l’associazione delle industrie alimentari) è stata la prima a cavalcarlo. Si trattava – come fanno capire ora dall’associazione industriale – di una bozza dell’Oms poi corretta?

Ammetiamolo pure. Ma perché evocarla più di 40 giorni dopo la pubblicazione del  report Time to deliver, quando era sotto gli occhi di tutti che non c’era alcun accenno a tassazione dei gioielli del made in Italy o alle foto schock sullo stile di quelle presenti nei pacchetti di sigarette? Uno scivolone oppure un tentativo di delegittimare l’intero corpo del rapporto Time to deliver?

Non siamo in grado di dare una risposta, né chi quell’allarme lo ha lanciato e cavalcato ha offerto strumenti per dirimere il dubbio (magari pubblicando la bozza “incriminata”).

Il caso dell’etichetta a semaforo

Il documento offre anche spunti di riflessione ai governi. Tra questi la possibilità di introdurre un’etichetta che segnali gli eccessi di zucchero, di grassi saturi e di sale. E questo – come sempre ha spiegato il Salvagente – è un rischio se non si considerano le quantità consumate in una dieta. Ma davvero è questo che chiedono gli esperti dell’Onu?

Leggendo il documento non si scende nei dettagli del come realizzare un’etichetta del genere. Il rischio, semmai, è da cercare non a Ginevra ma a Bruxelles, dove la Commissione Ue sta studiando come realizzarla, sotto gli occhi molto attenti si multinazionali come Unilever, Nestlé, Coca Cola, Ferrero.

Chi grida “Al lupo!” E chi passa all’incasso

Torniamo alla nostra seconda domanda: cosa potrebbe aver prodotto una bufala del genere. Ammesso (e non concesso) che le beghe interne italiane abbiano una qualche eco a Ginevra, la cortina fumogena alzata dall’Italia banalizza un documento molto complesso. Vi consigliamo di leggerlo: parla di malattia mentale e di malattie non trasmissibili, delle morti di milioni di persone (soprattutto dei paesi più poveri) a causa di stili alimentari scorretti, di mancanza di educazione, di sistemi sanitari insufficienti. Altro che (con tutto il rispetto) il parmigiano

Cosa c’è, dunque, di tanto spaventoso nel documento Oms? Proviamo a essere cattivi: non sarà che si tratta di quell’accenno – molto velato, per la verità – a “incentivi fiscali e a disincentivi per incoraggiare stili di vita sani promuovendo il consumo di prodotti sani e diminuendo il marketing, la disponibilità e il consumo di prodotti malsani”?

Per usare termini molto meno diplomatici di quelli di Time to deliver, l’accenno è alla tassazione su zucchero, sale, grassi saturi e trans. Esempi di chi l’ha attuata ce ne sono. L’inghilterra ha introdotto la sugar tax e il risultato è che oltreManica i soft drink hanno un contenuto di zucchero più basso di quello di paesi (come l’Italia) che non hanno norme del genere.

Il Portogallo, invece, l’ha introdotta sul sale. Ma non ha penalizzato parmigiano e prosciutto, si è concentrato su patatine fritte e crackers.

A chi serve, dunque, demonizzare un report che andrà in discussione a settembre (senza peraltro prevedere alcuna risoluzione) se non a offrire una sponda ai big del cibo spazzatura? Un assist – forse involontario – che ai protagonisti della dieta mediterranea non serviva davvero…