La lunga battaglia italiana per scovare i furbetti delle frodi nel miele

“Ce la faremo. Entro quest’anno, se tutto va bene, l’Italia riuscirà a far varare in Europa una legge che stabilisca i metodi per controllare che nel miele non ci siano zuccheri estranei”.

Raffaele Terruzzi, è presidente del gruppo miele dell’A.I.I.P.A. (Associazione italiana industrie prodotti alimentari). Dopo gli articoli del Salvagente su come un campione su sette di quelli analizzati in Europa abbia rivelato aggiunte fraudolente di sciroppi di zucchero, lo abbiamo cercato per capire come si muova l’industria italiana per scongiurare che pochi truffatori possano mettere in pericolo un mercato che ancora può godere (come non molti altri) dell’associazione con il naturale come quello del miele.

Ed è lui a raccontaci come il lungo lavoro italiano stia per approdare – finalmente – in una legislazione antitruffa, in grado di tutelare il consumatore con un’arma in più.

Prima, però, Terruzzi ci tiene a spiegare la peculiarità italiana, una caratteristica di trasparenza e libertà di scelta garantita solo agli amanti del miele della Penisola.

Presidente, quali garanzie hanno i consumatori italiani che non sono assicurate fuori dai nostri confini?

In due parole? L’Italia è l’unico paese in cui chi legge bene un’etichetta sa cosa sta per mettere in bocca.

Ci spieghi.

Oramai è noto come una direttiva comunitaria costringa i produttori a dichiarare l’origine comunitaria del miele, oppure quella interamente extracomunitaria o ancora quella in miscela di mieli comunitari ed extracomunitari.

E fin qui si tratta di regole comuni a tutto il mercato europeo.

Sì, ma questa regola vale per l’Europa e non per l’Italia che si è battuta per aggiungere un tassello di maggiore trasparenza. Per il miele invasettato in Italia, infatti, è obbligatorio inserire anche il paese di provenienza, anche se si tratta di miscele. Attenzione, è bene sottolineare che queste regole valgono per il miele invasettato in Italia. Quello prodotto fuori dai confini, per la libera circolazione delle merci, può legittimamente scrivere “miscela di mieli…”

Sicuramente è una garanzia di trasparenza importante.

Sì, e non solo per chi cerca miele italiano. Pensate a chi cerca il miele di acacia rumeno perché in Transilvania se ne produce di qualità organolettica non inferiore a quello che c’è anche da noi e in condizioni ambientali prive di qualunque inquinamento. Oppure chi predilige quello da trifoglio canadese. In Italia queste persone possono fare una scelta.

Torniamo ai controlli e alle adulterazioni, nel servizio del Salvagente denunciavamo la difficoltà di scovare ufficialmente chi fa il furbo, aggiungendo zuccheri che nulla hanno a che fare col miele. Cosa sta accadendo di nuovo?

Da oltre 20 anni le aziende italiane fanno un particolare tipo di controlli sugli isotopi non radioattivi del carbonio. In particolare con il C3 si vedono zuccheri che derivano da barbabietola e riso, con il C4 quelli di canna da zucchero e mais. Non essendo queste piante nettarifere sono sicuro indizio di aggiunta fraudolenta.

Dunque il metodo c’è e c’è da molti anni…

Sì ma è sempre stato fatto in via privata, per scelta delle aziende. Per oltre dieci anni fa tutte le aziende si rivolgevano a laboratori tedeschi, gli unici in grado di fare queste prove. Poi circa 8 anni fa in Italia un laboratorio ha messo a punto il metodo e questo ha cambiato le cose per molte aziende italiane.

Dottor Terruzzi, ci spieghi: perché se il metodo si utilizzava più di 20 anni fa ancora non siamo arrivati a farlo diventare un obbligo di legge comunitario? Sembrerebbe logico che di fronte a tante adulterazioni rilevate in Europa non dovrebbe essere una questione da prendere sottogamba.

La nostra voce in Europa, nel laboratorio comune comunitario, dove si mettono a punto i metodi di prova ufficiali è arrivata da poco. E l’Italia ha subito spinto per normare queste prove con il carbonio per scovare le truffe. Prima la questione non era mai stata posta con tanta forza.

Sarà perché la Germania, che fino a qualche anno fa era l’unica a fare i test, è anche un grandissimo importatore?

Certamente c’erano forti convenienze dal punto di vista economico a non introdurre l’obbligatorietà di questi test. Un’ipotesi è che dato che i tedeschi avevano il monopolio delle analisi non desiderassero che una legge costringesse altri paesi a dotarsi di metodologie di controllo.