Hamburger e antibiotico-resistenza: negli allevamenti troppi trattamenti preventivi

PFAS ANTIBIOTICI CARGILL

Enrico Moriconi, veterinario, sul nostro test: “Preoccupa la presenza nella carne di batteri resistenti alle cefalosporine, usate per curare le infezioni ospedaliere. Bisogna evitare in zootecnia la metafilassi: basse dosi a tutti i capi”. I risultati pubblicati nel nuovo numero in edicola e in digitale

“Vedere nella carne batteri resistenti alle cefalosporine di terza generazione, gli antibiotici usati per curare le infezioni ospedaliere, significa che negli allevamenti la pressione farmacologica non è diminuita”.

Enrico Moriconi, medico veterinario, fino al 2022 Garante per i diritti animali della Regione Piemonte, conosce bene la zootecnia italiana, ha spesso denunciato l’uso preventivo e massiccio degli antibiotici anche su capi sani, e soprattutto sa risalire la filiera per capire dove può nascere il problema. E così nelle stalle oltre ad allevare bestiame si allevano batteri super resistenti capaci di bucare gli scudi antibiotici che ritroviamo poi nei nostri hamburger, come mostrano i risultati del nostro test pubblicati nel nuovo numero in edicola e in digitale.

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Dottor Moriconi, partiamo dai nostri dati: negli hamburger non abbiamo rilevato tracce di medicinali ma trovato alcuni batteri, sempre nei limiti, e poi tramite antibiogramma abbiamo scoperto che alcuni possono resistere a farmaci in genere usati per contrastare le infezioni che scatenano nell’uomo. Da dove può nascere tutto questo?
La presenza di stafilococchi può aver prodotto nell’animale mastiti e per questo si può ipotizzare che la carne possa provenire da una bovina da latte a fine carriera. Anche l’E.coli provoca mastiti ma più soventemente enteriti. Patologie che possono essere trattate con gli antibiotici a patto che vengano poi rispettati i tempi di sospensione prima della macellazione.
Ovvero?
Quando l’animale viene macellato la somministrazione dei medicinali deve essere interrotta da un periodo stabilito nei bugiardini e certificato dal veterinario, affinché nella carne non finiscano residui di farmaci.
Nel nostro caso però il problema è la presenza di batteri resistenti: da dove può nascere questo?
L’antibiotico-resistenza fa perdere capacità terapeutica agli antibiotici verso cui si sviluppa ed è legata all’utilizzo smodato degli antimicrobici in ambito ospedaliero e familiare ma anche per il ricorso eccessivo negli allevamenti. Ricordo che, dopo Cipro, l’Italia è il paese europeo con il più alto consumo in ambito veterinario di antibiotici. Questo crea dei problemi.

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Quali in particolare?
I trattamenti a basse dosi, ripetuti in breve tempo, su un gruppo di animali, sani e non, la cosiddetta metafilassi, può alla lunga favorire modifiche nel Dna dei batteri che riescono a resistere ai comuni antibiotici.
Questo a livello animale. La resistenza poi come si trasferisce all’uomo?
Attraverso l’alimentazione. Se i vostri hamburger non sono ben cotti, fino al cuore, alcuni batteri resistenti possono sopravvivere e, una volta nell’intestino umano, possono trasferire la loro resistenza agli altri batteri della stessa famiglia.
Nel frattempo, nonostante l’emergenza dell’antibiotico-resistenza e le 12mila vittime all’anno che provoca in Italia, il Regolamento Ue sui medicinali veterinari, che tra l’altro vieta l’uso negli allevamenti di medicinali non utili alla salute animale, slitta al 2027…
Qualche passo in avanti su questo versante in questi anni è stato compiuto, come l’introduzione dal 2023 del registro elettronico veterinario per monitorare le somministrazioni. È evidente però che non basta. La stessa Efsa riconosce ormai da tempo che alcune manifestazioni di antibiotico-resistenza nell’uomo sono legate all’uso smodato negli allevamenti. Per questo bisogna fare di più.
Da dove si deve cominciare?
Se ci limitiamo agli allevamenti, bisogna evitare i trattamenti a basse dosi ripetuti nel tempo e l’uso preventivo degli antibiotici su animali sani. Gli allevatori devono essere consapevoli che oltre ai bovini così operando stanno allevando anche una leva di superbatteri che sono in grado di “bucare” i nostri scudi farmacologici.
Al di là dell’obbligo di tracciare le somministrazioni, resta sempre la possibilità di un uso irregolare dei farmaci…
Senza dubbio. In generale la resistenza sviluppata nei bovini dimostra che sono stati trattati in maniera irregolare o illecita cioè a dosaggi tali da non uccidere tutti i batteri oppure con tempistiche inadeguate per cui i batteri hanno potuto sviluppare la resistenza. Per questo motivo si può sospettare che i trattamenti siano di tipo profilattico, per prevenire le patologie, o per metafilassi

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