
Uno studio dell’Università di Oxford attesta che chi sospende questi farmaci rischia di recuperare il peso iniziale in meno di due anni, perdendo anche i benefici ottenuti su glicemia e colesterolo. La nostra intervista al professor Silvio Garattini che spiega: “Questi farmaci non ci insegnano a mangiare meno e ci rendono dipendenti a vita”
Hanno cambiato il modo di affrontare l’obesità e il diabete, promettendo risultati finora difficili da ottenere. I farmaci a base di agonisti del Glp-1 – come Ozempic, Wegovy e Mounjaro – sono oggi utilizzati da milioni di persone nel mondo per perdere peso e migliorare i parametri metabolici. Ma che succede quando la terapia si interrompe? La risposta non è quella che vorremmo sentire: i chili persi tornano, e anche rapidamente. A confermarlo è un nuovo studio dell’Università di Oxford, pubblicato sul British Medical Journal, che mette nero su bianco un problema già emerso nella pratica clinica e nelle testimonianze dei pazienti. Chi sospende questi farmaci rischia di recuperare il peso iniziale nel giro di meno di due anni, perdendo anche gran parte dei benefici ottenuti su glicemia, colesterolo e rischio cardiovascolare.
Si recupera peso in modo 4 volte più veloce di chi fa dieta e sport
Analizzando studi clinici e osservazionali, i ricercatori di Oxford hanno confrontato l’andamento del peso in persone trattate con farmaci dimagranti e in soggetti che avevano perso peso attraverso interventi sullo stile di vita, come alimentazione ed esercizio fisico. Il risultato è netto: dopo l’interruzione del trattamento farmacologico, il recupero dei chili è quasi quattro volte più rapido.
“Non sappiamo con certezza perché accada – spiega Susan Jebb, docente di dieta e salute della popolazione all’Università di Oxford e coautrice dello studio – ma è probabile che chi perde peso seguendo un programma alimentare strutturato impari strategie per gestire l’appetito e resistere alle tentazioni”. Con i farmaci, invece, l’effetto di controllo della fame viene meno alla sospensione del trattamento. Per questo, sottolineano gli autori, la vera sfida non è solo iniziare la terapia, ma accompagnare le persone nel tempo: sia quando i farmaci vengono sospesi, sia quando si rende necessario un trattamento di lunga durata.
A questo si lega anche un problema di sostenibilità: chi deve farsi carico dei costi di terapie potenzialmente prolungate? E di assistenza che non viene garantita ai pazienti, soprattutto se i farmaci vengono prescritti fuori da percorsi strutturati del servizio sanitario. L’attenzione degli studiosi si sta spostando sempre di più sulla qualità dell’assistenza che accompagna queste terapie. Un’ulteriore ricerca, condotta dall’Università di Cambridge e pubblicata su Obesity Reviews, segnala che molte persone trattate con questi farmaci non ricevono un’adeguata consulenza nutrizionale. Un vuoto che può avere conseguenze rilevanti: la perdita di massa muscolare può arrivare a rappresentare fino al 40% del peso totale perso, con il rischio di indebolire l’organismo invece di rafforzarlo. La riduzione dell’appetito indotta dai farmaci, spiegano i ricercatori, può compromettere la qualità della dieta, portando a un apporto insufficiente di proteine, fibre, vitamine e minerali essenziali.
«Se l’assistenza nutrizionale non viene integrata nel trattamento – avverte Marie Spreckley, autrice principale dello studio di Cambridge – si rischia di sostituire un problema di salute con un altro». Carenze nutrizionali e perdita di massa muscolare, sottolinea, sono in gran parte prevenibili e rappresentano un’occasione mancata per tutelare la salute a lungo termine.
Il nodo irrisolto del “dopo”
I farmaci Glp-1 restano uno strumento potente, soprattutto per chi convive con obesità e diabete. Ma non possono essere considerati una soluzione autosufficiente perché senza un percorso medico continuativo, un supporto nutrizionale adeguato e un lavoro sul comportamento alimentare, il rischio è quello di una pericolosa illusione: dimagrire oggi, per tornare punto e a capo domani.
La nostra copertina di gennaio dedicata a Ozempic
Ai farmaci Glp-1, abbiamo dedicato la storia di copertina del numero di gennaio che approfondisce i rischi per chi utilizza questi medicinali, senza rientrare nella categoria dei pazienti obesi. “Un popolo di cavie degli antipeso” il titolo del nostro approfondimento che include anche un’intervista al professor Silvio Garattini, fondatore dell’Istituto Mario Negri, che a questo proposito non ha dubbi: “questi farmaci agiscono sul cervello con un meccanismo che riduce la fame, ma non insegnano a mangiare meno. E ci rendono dipendenti a vita“.
Alla domanda: “perché tante persone pur di perdere qualche chilo sono disposte a spendere tanti soldi e a rischiare una serie di effetti indesiderati, piuttosto che impegnarsi in uno stile di vita più corretto?”, il professor Garattini ha risposto: “Tutti gli effetti positivi legati all’uso di questi farmaci si interrompono quando si interrompe l’assunzione e questo dovrebbe indicarci un chiaro allarme perché la pericolosità di un farmaco è legata anche al suo periodo di assunzione. Quanto più questo si allunga tanto più aumenta la possibilità di avere effetti collaterali. Per questo la scelta di usare questi prodotti per perdere qualche chilo, quindi per un motivo esclusivamente estetico, è una scelta del tutto irrazionale che mi espone a importanti rischi per la salute e mi obbliga a prendere questi medicinali a vita perché appena smetto di assumerli riprendo gli stessi chili di prima e nel frattempo non ho imparato a mangiare di meno. Dovrei prediligere un comportamento alimentare corretto all’uso di un farmaco di cui oltretutto non conosco ancora tutti gli effetti a lungo termine. Dobbiamo sempre tener presente che non esistono farmaci innocui e la scelta di prendere un farmaco per dimagrire piuttosto che impegnarsi a mangiare di meno e ad avere uno stile di vita più corretto fa parte di una mentalità sbagliata. Il farmaco va assunto solo se necessario, mentre è molto più importante concentrarsi su azioni di prevenzione che hanno un effetto positivo generale sulla nostra salute”.
La responsabilità di questo fenomeno è anche dei medici che consigliano o addirittura prescrivono questi farmaci a chi vuole perdere peso? “La responsabilità principale è assolutamente dei medici perché non devono prescrivere questi trattamenti a chi ha intenzione di perdere 10 chili – ha affermato Garattini – Piuttosto devono fornire un incoraggiamento a intraprendere percorsi alimentari più virtuosi, ma questo comporta maggiore impegno e tempo da dedicare ai pazienti. E poi c’è il condizionamento dell’industria farmaceutica che paga tutto, compresi i convegni dei medici e le attività delle società scientifiche. Questo fa sì che nel nostro paese non ci sia un’informazione indipendente a livello medico, perché tutte le informazioni sono influenzate da chi ha come obiettivo quello di vendere i propri prodotti. L’uso improprio del farmaco è una diretta conseguenza del fatto che privilegiamo il mercato rispetto alla prevenzione e non parlo solo dei pazienti, ma soprattutto dei medici che dovrebbero rifiutare il condizionamento dell’industria e battersi per avere un’informazione indipendente”.










