
A Rebibbia si è concluso “Pasta al fresco”, progetto di Unicoop Etruria che ha formato 12 detenute come pastaie professioniste. Cinque mesi di lezioni e laboratorio per favorire reinserimento lavorativo, autonomia, inclusione sociale e riscatto
Dai tortellini alle lasagne, passando per agnolotti e ravioli. La tradizione della pasta fresca italiana è entrata nelle cucine del carcere femminile di Rebibbia per trasformarsi in un’opportunità concreta di formazione e reinserimento sociale. Si è concluso nei giorni scorsi il progetto “Pasta al fresco”, promosso da Unicoop Etruria in collaborazione con la Casa circondariale femminile “Germana Stefanini” di Roma Rebibbia, che ha coinvolto dodici detenute in un percorso professionale dedicato all’antico mestiere del pastaio.
A segnare la fine del corso è stato oggi un pranzo preparato dalle stesse partecipanti all’interno dell’istituto penitenziario, con un menù interamente basato sulle competenze acquisite durante i cinque mesi di formazione: tortellini, lasagne e agnolotti realizzati a mano secondo le tecniche tradizionali della cucina italiana.
L’iniziativa ha avuto una durata complessiva di 100 ore e ha visto la partecipazione di dodici detenute selezionate su base volontaria attraverso colloqui individuali svolti con il supporto degli educatori del carcere. Il programma ha alternato lezioni teoriche e attività pratiche, comprendendo la preparazione di diverse tipologie di pasta fresca e all’uovo, corsi dedicati all’igiene e alla sicurezza alimentare e una fase di tirocinio interno.
Le partecipanti hanno imparato non solo le tecniche tradizionali di lavorazione, ma anche metodologie innovative per la produzione di pasta fresca, con particolare attenzione ai formati ripieni come cappelletti, ravioli, tortellini e agnolotti. Una parte del percorso è stata dedicata anche alla personalizzazione delle ricette in funzione delle esigenze nutrizionali e della presentazione estetica del prodotto.
Per la direttrice della Casa circondariale femminile di Rebibbia, Nadia Fontana, il progetto rappresenta molto più di un semplice laboratorio occupazionale. «Non volevamo offrire un passatempo, ma uno strumento concreto di riscatto», ha spiegato, richiamando l’articolo 27 della Costituzione che attribuisce alla pena una finalità rieducativa. Secondo la direttrice, l’acquisizione di competenze professionali e la valorizzazione della persona sono elementi essenziali per rendere il carcere un luogo di rigenerazione e non di esclusione sociale.
Un obiettivo condiviso anche da Alessandro Reale, coordinatore del progetto, che sottolinea come la formazione professionale possa contribuire a contrastare la marginalizzazione che spesso accompagna le persone detenute anche dopo la fine della pena. Il corso, spiega, è stato pensato per fornire competenze tecniche immediatamente spendibili nel mercato del lavoro e per rafforzare autostima e consapevolezza attraverso l’apprendimento di un mestiere artigianale.
Sulla stessa linea Simonetta Radi, presidente del Consiglio di sorveglianza di Unicoop Etruria, secondo cui il valore dell’iniziativa va oltre gli aspetti professionali. «È un percorso che trasmette dignità, speranza e riscatto sociale», afferma, evidenziando come il progetto offra alle partecipanti strumenti concreti per costruire un futuro più autonomo una volta concluso il periodo di detenzione.






