Coppette e mutande mestruali, in Francia parte il rimborso (ma non per tutte)

A settembre 2026 in Francia parte il rimborso per alcuni prodotto mestruali. La misura compre solo coppette e mutande riutilizzabili ed è a disposizione delle donne più giovani o economicamente svantaggiate

Da settembre 2026 la Francia introdurrà il rimborso di alcune protezioni mestruali per le donne più giovani e per quelle economicamente svantaggiate. Ma con una scelta precisa, che guarda all’ambiente: saranno coperti solo i prodotti riutilizzabili, ovvero le coppette e le mutande mestruali.

La misura era attesa da tre anni: approvata alla fine del 2023, la norma entrerà in vigore a settembre 2026, dopo che il 16 aprile c’è stata la firma del decreto attuativo da parte dei ministeri della Salute e dell’Uguaglianza tra donne e uomini. La platea stimata è ampia: circa 6,7 milioni di beneficiarie, tra under 26 e donne che usufruiscono della copertura sanitaria integrativa solidale. Una svolta importante sul fronte della cosiddetta “povertà mestruale”, ma che arriva con alcune condizioni stringenti.

Solo coppette e mutande mestruali…ma i prodotti non sono tutti uguali

Il rimborso riguarderà esclusivamente prodotti riutilizzabili, come coppette mestruali e slip assorbenti. Restano quindi esclusi gli assorbenti tradizionali e i tamponi usa e getta, ancora oggi i più diffusi. Al momento non è stato pubblicato un capitolato tecnico che definisca i requisiti dei prodotti rimborsabili. Un punto tutt’altro che secondario. L’associazione Règles Élémentaires ha annunciato che vigilerà sulla qualità dei dispositivi inclusi nella misura, segnalando il rischio di standard non omogenei.

E qui emerge una criticità che chi si occupa di test comparativi conosce bene. Le protezioni mestruali riutilizzabili non sono tutte uguali. Le prove di laboratorio condotte negli ultimi anni mostrano:

  • grandi differenze nella capacità assorbente;
  • discrepanze tra prestazioni dichiarate e reali;
  • perdita di efficacia dopo numerosi lavaggi

Se l’obiettivo è garantire un accesso dignitoso e sicuro ai prodotti mestruali, la qualità diventa un elemento centrale. Un rimborso che copre dispositivi poco performanti rischia di essere inefficace — o addirittura controproducente.

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Inoltre i prodotti riutilizzabili non sono adatti a tutte. Richiedono:

  • accesso a acqua e strutture igieniche adeguate
  • maggiore gestione e manutenzione
  • una fase di adattamento, non sempre semplice

Condizioni che non sempre sono garantite proprio per le persone più vulnerabili, che la misura intende aiutare.

Lo scopo della misura che punta sui prodotti riutilizzabili è sicuramente ambientale: ogni anno in Francia vengono smaltiti oltre 2 miliardi di tamponi e assorbenti usa e getta, prodotti non riciclabili e ad alto impatto ambientale. Limitare l’uso di questi prodotti produce un vantaggio per l’ambiente. E c’è anche un dato economico a favore dello Stato: anche se non esistono stime ufficiali sul costo complessivo della misura, si prevede che il rimborso di prodotti che hanno una spesa iniziale elevata, ma dovrebbero avere una durata di cinque anni, possa ridurre significativamente il “conto” per le casse pubbliche.

Una misura importante, ma non risolutiva

Il rimborso delle protezioni mestruali rappresenta senza dubbio un passo avanti nel riconoscimento della salute mestruale come diritto. Tuttavia, la scelta di limitare il sostegno ai soli prodotti riutilizzabili apre interrogativi su equità, efficacia e reale accessibilità. Molto dipenderà dai criteri tecnici che verranno adottati e dai controlli sulla qualità dei prodotti. Senza questi, il rischio è che una misura nata per combattere la povertà mestruale finisca per affrontarla solo in parte.

E in Italia a che punto siamo?

A differenza della Francia, in Italia non esiste alcun sistema nazionale di rimborso per assorbenti, tamponi o coppette. Il dibattito politico si è concentrato più volte sull’abbassamento dell’Iva che fino al 2021 era addirittura al 21% (come qualsiasi altro prodotto non essenziale). Nel 2022 è stata ridotta al 10% e nel 2023 abbassata ulteriormente al 5%. Ma tale misura è durata meno di un anno perché dal 2024 l’Iva su questi prodotti è tornata al 10%. Più volte il Parlamento ha proposto l’Iva agevolata al 4% (quella di beni essenziali), ma la misura non ha mai visto la luce.