Ftalati nel piatto e nel bicchiere: vini e oli tra i più contaminati

Un test su 216 alimenti rivela la presenza diffusa di ftalati, soprattutto in oli, vini e prodotti grassi. Sostanze potenzialmente nocive, ma ancora legali, che sollevano dubbi sulla sicurezza della filiera alimentare

La plastica non è solo nei nostri imballaggi: è ormai, in forma invisibile, anche nei nostri piatti. A ribadirlo, semmai dovesse servire una conferma, è un test condotto dal mensile francese dei consumatori Que Choisir su 216 prodotti alimentari e bevande, che ha individuato la presenza di plastificanti – in particolare ftalati – in oltre un terzo dei campioni analizzati.

Si tratta di sostanze utilizzate per rendere la plastica più flessibile e resistente, ma note anche per i loro effetti sulla salute: alcuni sono classificati come interferenti endocrini e sospettati di compromettere la fertilità.

Una contaminazione diffusa, soprattutto nei grassi

Il dato più evidente riguarda gli alimenti ricchi di grassi. Non è un caso: gli ftalati sono sostanze lipofile, cioè tendono ad accumularsi proprio nei lipidi.

Così, tra i prodotti più contaminati troviamo oli, burro e formaggi. Ma anche le bevande non sono immuni.

La percentuale di vini con tracce di ftalati (Fonte: Que Choisir)

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I vini, per esempio, risultano contaminati nel 79% dei casi. In molte bottiglie sono stati rilevati DBP e BBP, due plastificanti considerati tra i più preoccupanti per i loro effetti ormonali.

Ancora più critica la situazione degli oli d’oliva: quasi tutti i campioni analizzati — il 95% — contengono plastificanti, spesso più di uno contemporaneamente. Una presenza che apre interrogativi sui possibili effetti combinati di queste sostanze, ancora poco studiati.

Non va meglio per gli oli di noci: in questo caso, nessun campione è risultato privo di contaminazione.

Anche il burro presenta una diffusione significativa, con oltre sette prodotti su dieci contaminati, mentre nei formaggi la presenza è meno frequente ma comunque rilevante, con livelli più elevati nei prodotti stagionati a lungo.

Da dove arrivano gli ftalati

Individuare l’origine di queste contaminazioni non è semplice. Gli imballaggi in plastica sono una fonte evidente, ma non l’unica.

Gli ftalati possono migrare anche da tubazioni, guarnizioni, macchinari industriali o contenitori utilizzati durante la lavorazione. In alcuni casi, la contaminazione può avvenire già a monte, nei campi, attraverso l’uso di teli plastici o per via della presenza diffusa di microplastiche nell’ambiente.

È una contaminazione “diffusa”, che accompagna l’intera filiera produttiva.

Tutto regolare, ma non rassicurante

Nonostante i risultati, tutti i prodotti analizzati risultano conformi alla normativa europea.

Il motivo è che la legge non stabilisce limiti per il contenuto di queste sostanze negli alimenti, ma si limita a regolare quanto può migrare dagli imballaggi.

Un approccio che molti esperti giudicano insufficiente, soprattutto alla luce delle nuove conoscenze sugli effetti a basse dosi degli interferenti endocrini.

I rischi per la salute

Gli ftalati sono associati a una serie di effetti sulla salute: alterazioni del sistema ormonale, problemi riproduttivi, disturbi metabolici, fino a patologie cardiovascolari.

Il problema principale non è tanto l’esposizione occasionale, quanto quella cronica, anche a dosi molto basse. E soprattutto la combinazione di più sostanze, il cosiddetto “effetto cocktail”, di cui si conosce ancora poco ma che preoccupa sempre di più la comunità scientifica.