
Uno studio su 189 animali allevati in Italia e nel Regno Unito rileva concentrazioni più alte di Pcb nei bovini italiani. Il fegato risulta il tessuto con maggiore accumulo di diossine rispetto al muscolo
Nei bovini e negli ovini allevati in Italia – in particolare nell’area di Taranto – le concentrazioni di Pcb risultano più elevate rispetto a quelle riscontrate nel Regno Unito. E in bovini e suini il fegato accumula quantità di diossine superiori rispetto al tessuto muscolare. Sono alcuni dei dati più rilevanti emersi da uno studio pubblicato a gennaio su Environmental Research, che ha analizzato 189 animali tra bovini, ovini e suini per valutare la presenza di diossine nella carne e negli organi.
Lo studio si è concentrato su animali provenienti dall’Italia e dal Regno Unito. E ha registrato come diversi fattori sembrerebbero influenzare il contenuto di questi pericolosi contaminanti ambientali, inclusi l’età dell’animale, la sua alimentazione e il luogo di allevamento.
Cosa sono le diossine
Con il termine di diossine si fa riferimento a un gruppo di sostanze aventi caratteristiche chimiche, fisiche e tossicologiche simili tra loro: le policlorodibenzodiossine (PCDD), i policlorodibenzofurani (PCDF) e i policlorobifenili (PCB).
Si tratta di contaminanti ambientali appartenenti alla classe degli inquinanti organici persistenti o POP, che derivano da processi naturali di combustione, come incendi di foreste ed emissioni di gas dai vulcani, o da attività umane, tra cui l’incenerimento dei rifiuti e le attività industriali. Le diossine si caratterizzano per un’elevata stabilità chimica e una lunga emivita, motivo per il quale possono accumularsi nell’organismo in grandi quantità e per periodi di tempo prolungati. Vista la loro lipofilia, questi composti tendono ad immagazzinarsi principalmente nel tessuto adiposo e nel fegato. Le diossine sono in grado di diffondersi facilmente nell’ambiente, raggiungendo luoghi anche molto lontani dal sito di produzione. Sulla Terra, infatti, la loro diffusione è ubiquitaria e si possono ritrovare anche in zone estreme e isolate come i Poli.
Da dove arrivano
La principale fonte di esposizione dell’uomo alle diossine è rappresentata dagli alimenti, soprattutto quelli con un maggior contenuto lipidico come carne e pesci grassi, formaggi e fegato. Sebbene quest’ultimo non rappresenti un alimento abituale per molte persone, la quantità di diossine presenti al suo interno non deve essere trascurata, visto il suo utilizzo per la produzione di prodotti trasformati come wurstel, salsicce, torte salate e paté.
Questi composti si possono ritrovare negli alimenti di origine animale a seguito dell’assunzione, da parte dell’animale, di mangimi, acqua ed erba contaminati.
La pericolosità
Gli effetti delle diossine sulla salute umana variano a seconda della durata di esposizione. In acuto, questi composti possono causare alterazioni della funzionalità epatica e malattie della pelle, come la cloracne, mentre, in cronico, sono responsabili di danni a carico del sistema immunitario e del sistema endocrino. Inoltre, alcune tipologie di policlorodibenzodiossine e policlorodibenzofurani e tutti i policlorobifenili sono considerati cancerogeni per l’uomo, determinando lo sviluppo di tumori del sangue, linfomi non Hodgkin e tumore al seno.
Lo studio italo-britannico
A gennaio è stato pubblicato un articolo sulla rivista Environmental Research in cui ricercatori britannici dell’Università East Anglia di Norwich e dell’Istituto Zooprofilattico Sperimentale dell’Abruzzo e del Molise G. Caporale, hanno analizzati i risultati di sette studi condotti in Italia e nel Regno Unito con lo scopo di quantificare il contenuto di diossine nelle carni e nel fegato di bovini, ovini e suini e di comprendere quali fattori potessero influenzare queste concentrazioni. Sono stati reclutati, complessivamente, 189 animali, dai quali, al momento della macellazione, sono stati prelevati simultaneamente un campione di tessuto epatico e di tessuto muscolare. Tutti gli animali sono stati allevati attraverso tecniche di allevamento tradizionali e i campioni sono stati analizzati presso due Laboratori Nazionali di Riferimento europei.
Cosa hanno trovato i ricercatori
I risultati degli studi mostrano che:
- Le concentrazioni di PCDD e PCDF nei muscoli bovini e ovini sono simili, mentre il contenuto di PCB differisce tra le due specie, risultando maggiore negli ovini.
- Le concentrazioni di PCB nel fegato di bovini e ovini sono simili, mentre, per quanto riguarda gli altri due contaminati, nel fegato bovino sono presenti soprattutto le policlorodibenzodiossine e nel fegato ovino sono contenuti soprattutto alcuni furani penta-, esa- ed epta-clorurati.
- Nei bovini e nei suini le concentrazioni epatiche di PCDD, PCDF e PCB sono maggiori rispetto a quelle del tessuto muscolare.
- Nel tessuto muscolare dei suini, le concentrazioni di PCDD, PCDF e PCB sono simili tra loro.
Il contenuto delle diossine nei prodotti di origine animale dipende da diversi fattori:
- Alimentazione degli animali: ovini e bovini sono erbivori e, negli studi, sono stati nutriti con erba, integrata con mangimi su base vegetale durante l’inverno o i periodi di magra. I maiali, invece, sono onnivori, per cui hanno un’alimentazione più varia rispetto a quella degli altri animali. Il contenuto delle diossine negli alimenti dipende anche dal contenuto di questi composti nei mangimi e nell’erba con cui si sono nutriti gli animali nel corso della loro vita.
- Età dell’animale: le diossine sono composti bioaccumulabili la cui emivita può variare da alcuni mesi a diversi anni. Con l’avanzare dell’età aumenta, inoltre, la percentuale di massa grassa degli animali, facilitando l’accumulo di questi composti lipofili nell’organismo. Per queste ragioni, è prevedibile che le concentrazioni tissutali di PCDD, PCDF e PCB siano maggiori negli animali più anziani. Tuttavia, i risultati degli studi a riguardo sono limitati. I suini, infatti, sono stati macellati ad un’età di commercializzazione (dai 5 ai 6 mesi), mentre, per quanto riguarda i bovini e gli ovini, gli animali più anziani reclutati nello studio avevano rispettivamente 15 e 6 anni, contro una vita media di 20 e 12 anni. Sono necessari, dunque, ulteriori ricerche per analizzare l’accumulo di questi composti durante tutta la vita degli animali.
- Concentrazione epatica del CYP2A2: si tratta di un enzima della famiglia del citocromo P450 presente nel fegato, dove si occupa del metabolismo degli xenobiotici, ovvero di tutte le sostanze estranee all’organismo, incluse le diossine. La concentrazione del CYP2A2 a livello epatico differisce tra le varie specie, giustificando la capacità dei vari animali di metabolizzare ed eliminare questi composti. Questo enzima, infatti, sembra essere meno espresso negli ovini rispetto ai bovini e la sua attività può variare anche in funzione dell’età dell’animale. Ad esempio, nei suini, l’attività metabolica del CYP2A2 raggiunge il picco tra le 10 e le 20 settimane di vita.
- Area geografica: il contenuto di PCB nei bovini e negli ovini italiani è risultato maggiore rispetto a quelli britannici e questo è dovuto agli elevati livelli di contaminazione ambientale da PCB (atmosferica, suolo, sedimenti portuali, ecc.) della città di Taranto, dove sono stati allevati gli animali.
I limiti europei
Visto che gli alimenti rappresentano la principale fonte di esposizione dell’uomo alle diossine, attraverso il regolamento UE 2022/2002, sono stati introdotti in Europa specifici limiti per la concentrazione di questi composti negli alimenti, revisionati periodicamente attraverso specifici programmi ufficiali di sorveglianza. Il regolamento, attualmente in vigore, ha modificato il precedente regolamento CE 1881/2006.
Inoltre, nel 2018, l’EFSA ha introdotto la dose tollerabile di assunzione per le diossine pari a 2 pg di TEQ (equivalente tossico) per Kg di peso corporeo alla settimana. Per non superare questa soglia, si possono adottare i seguenti accorgimenti:
- Ridurre il consumo di grassi animali.
- Seguire un’alimentazione varia ed equilibrata.
- Leggere attentamente le etichette alimentari, per accertarsi riguardo l’area di provenienza degli alimenti.









