
Casale Monferrato attende ancora giustizia per le vittime dell’amianto Eternit. La Cassazione annulla la condanna a Schmidheiny per mancata traduzione in tedesco. Il processo riparte, tra dolore, prescrizione e memoria collettiva
L’Odissea di Casale Monferrato non è ancora finita. La polvere che avvolge da oltre un secolo la storia della cittadina piemontese non si è ancora depositata. Né nella quotidianità di una popolazione che ancora è costretta a vivere con l’incubo del mesotelioma, il tumore «da amianto», né nelle aule di giustizia, dove da quasi mezzo secolo un gruppo di ostinati rappresentanti delle migliaia di vittime, cerca di ottenere il riconoscimento delle responsabilità dei padroni dell’Eternit, il colosso svizzero che ha dominato il mercato mondiale dell’amianto per tutto il Novecento e oltre.
L’ultimo colpo di scena è un cavillo di quelli che, se non si trattasse di una vicenda costellata di lutti e dolore, potrebbero anche ispirare sarcasmo. L’11 febbraio scorso, la Corte di Cassazione ha annullato – e rinviato alla Corte d’assise d’appello di Torino – la sentenza che condannava a 9 anni e mezzo di reclusione il miliardario svizzero Stephan Schmidheiny, erede della dinastia dei padroni dell’Eternit. Motivo della decisione: la mancata traduzione in tedesco del verdetto e delle sue motivazioni. Fa niente se la nutrita squadra di difensori del magnate elvetico è composta da notissimi avvocati italiani, e ancor meno rileva ricordare che anche lo stesso imputato, a quanto pare, capisce e parla discretamente la nostra lingua. La legge prevede che il destinatario di un provvedimento sia messo nelle condizioni di poterlo comprendere. Quindi, come in un lugubre gioco dell’oca, il processo torna ancora una volta alla casella precedente: la sentenza deve essere tradotta e soltanto dopo potrà essere riportato all’esame definitivo della Suprema corte.
Visto da Casale Monferrato, dove praticamente non c’è famiglia che non abbia vissuto un lutto da amianto, si tratta di un’ulteriore ingiuria, accompagnata dall’incubo della prescrizione, eventuale beffa definitiva, dopo la grande illusione e delusione del primo processo. Il 19 novembre 2014 la Cassazione, infatti, aveva già annullato la condanna a 18 anni inflitta in appello a Stephan Schmidheiny per disastro doloso nel grande processo Eternit. Anche in quel caso il difetto era di natura tecnica: il problema non stava nella ricostruzione dei fatti ma nella configurazione del reato, che secondo i giudici della Suprema corte era da considerare estinto ancora prima che venisse istruito il dibattimento.
Ma gli ex sindacalisti e i familiari delle vittime di Casale non hanno mollato la presa. Hanno voluto fortemente ripartire da un nuovo processo, seguendo le indicazioni della Cassazione. E di nuovo, il 7 giugno 2025, per il settantottenne Stephan Schmidheiny è arrivata una condanna: 9 anni e mezzo di reclusione perché riconosciuto responsabile della morte di 91 persone. Poi la nuova doccia fredda della mancata traduzione, proprio quando si sperava nel verdetto definitivo.
Non arriva, dunque, la parola fine a una vicenda in cui si incrociano la giustizia e la Storia, i meccanismi formali che regolano il nostro ordinamento giudiziario e le cronache pluridecennali che raccontano lavoro, fatica, malattia e morte a Casale Monferrato. Da una parte Franz Kafka, e il suo processo distopico e inumano, dall’altra Pier Paolo Pasolini che afferma con sicurezza «io so», perché comunque vada a finire il dibattimento, non mancano certo le evidenze sulle responsabilità di chi è stato al vertice di quell’impero fondato sulla polvere assassina. Anche in caso di condanna, peraltro, è molto improbabile che il magnate elvetico vada in carcere, ma comunque non era questa la pena immaginata da Romana Blasotti Pavesi, la donna che rimarrà un simbolo di questa battaglia di verità e giustizia, scomparsa nel settembre 2024. Lei, che ha perso il marito, la figlia, la sorella, il nipote e una cugina per il tumore da amianto e che iniziò un silenzioso ritiro dalla vita all’indomani dalla cancellazione della Cassazione, nel 2014, riferendosi a Schmidheiny ripeteva: «Non cerco vendetta e non ho rancore, ma vorrei che dovesse occuparsi di un malato di mesotelioma per un solo giorno. Un malato qualsiasi di quelli che hanno respirato quell’amianto che lo ha reso ricco».









