Caporalato, controllo giudiziario per Glovo: “Paghe sotto la soglia di povertà”

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La Procura di Milano ha messo in controllo giudiziario con procedura d’urgenza Foodinho, la società che gestisce la piattaforma di consegne cibo a domicilio Glovo. L’accusa è quella di caporalato, con paghe ai lavoratori inferiori anche dell’81% rispetto al contratto di categoria


La Procura di Milano ha disposto il controllo giudiziario con procedura d’urgenza nei confronti di Foodinho, la società che gestisce la piattaforma di consegne a domicilio Glovo. L’accusa è quella di sfruttamento della manodopera, con paghe inferiori fino all’81% rispetto al contratto collettivo di categoria.

Paghe sotto la soglia di povertà

Secondo i giudici, l’azienda, che utilizza circa 40mila ciclofattorini in Italia e 2mila nell’area di Milano, avrebbe approfittato dello stato di bisogno dei rider, retribuendoli fino al 76% in meno rispetto alla soglia di povertà. Quest’ultima è stata parametrata su una cifra di circa 1.245 euro mensili per 13 mensilità, calcolata sulla base di indicatori come reddito di cittadinanza, cassa integrazione, Naspi e indice di povertà Istat.

Le testimonianze dei rider

Dalle testimonianze raccolte emergono compensi di 2,50 euro a consegna. Come racconta un rider al Corriere della Sera, con gli incrementi legati alla distanza o ai fine settimana si arriva a 10–15 consegne al giorno, con punte di 20–25, percorrendo 50–60 chilometri. Il lavoratore riferisce di rimanere connesso all’app per circa 12 ore al giorno, dalle 10 alle 22, costantemente geolocalizzato, e di ricevere chiamate dall’azienda in caso di ritardi. “Se potessi lascerei questo lavoro – racconta – ma non ho il permesso di soggiorno, pago 300 euro per un posto letto, 200 euro di treno e mando 300 euro al mese a mia madre in Pakistan”.

L’affiancamento dell’amministratore giudiziario

Con il provvedimento di affiancamento, il pm di Milano Paolo Storari ha disposto che un amministratore giudiziario operi accanto agli organi gestori dell’azienda, con l’obiettivo di interrompere una situazione ritenuta illegale senza fermare l’attività imprenditoriale.

“Una politica d’impresa che rinnega la legalità”

Secondo la Procura, il controllo serve a capovolgere una politica aziendale che avrebbe rinnegato esplicitamente il rispetto della legalità, adottando condotte riconducibili al reato di caporalato. È indagato anche l’amministratore unico Oscar Pierre Miquel, poiché le condizioni contestate sarebbero state “deliberatamente ricercate ed attuate”.

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