Matcha: pochi pesticidi, ma attenzione all’alluminio

MATCHA

Il matcha è di moda, ma non è tutto uguale: analisi tedesche trovano differenze tra bio giapponese e convenzionale cinese. Pochi pesticidi nel bio, ma l’alluminio può diventare critico con consumi frequenti

Verde acceso, polvere finissima, rituale giapponese e promessa di benessere: il matcha è diventato uno dei simboli della nuova moda salutista. Lo troviamo nei bar sotto forma di latte schiumato, nei supermercati in lattine “premium”, nei biscotti e perfino nei frullati. Ma dietro l’immagine di prodotto naturale e benefico, quanto è davvero “pulito” quello che finisce nella tazza?

A fare chiarezza ci pensa un’indagine del laboratorio pubblico tedesco CVUA di Stoccarda (Chemisches und Veterinäruntersuchungsamt), che ha analizzato undici campioni di matcha in commercio, cercando residui di pesticidi e contaminanti ambientali. I risultati danno un messaggio netto: differenze importanti tra prodotti biologici giapponesi e campioni convenzionali cinesi, con un nodo che resta centrale per tutti, indipendentemente dall’origine: l’alluminio.

Undici campioni analizzati

Il progetto ha riguardato undici prodotti:

  • nove matcha provenienti dal Giappone e dichiarati biologici

  • due matcha provenienti dalla Cina e da coltivazione convenzionale

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Il confronto è significativo perché il matcha, a differenza del tè in foglia, non viene filtrato: la polvere si beve tutta. E questo cambia radicalmente il discorso “residui”.

Con il tè classico, buona parte delle sostanze resta nelle foglie, che vengono buttate. Con il matcha, invece, si ingerisce direttamente l’intero materiale vegetale, con tutto ciò che contiene.

Pesticidi: Ok i bio giapponesi

La prima buona notizia arriva dai matcha biologici giapponesi: nelle analisi non sono stati rilevati residui di pesticidi.

Un risultato coerente con l’idea di un prodotto di qualità e con una filiera che, almeno in questi campioni, appare più controllata.

Il quadro cambia con i matcha convenzionali cinesi. Qui i tecnici tedeschi hanno trovato residui in entrambi i prodotti analizzati:

  • in un campione 0,06 mg/kg con due sostanze

  • nell’altro 0,07 mg/kg con quattro sostanze

Non si parla di quantità enormi, ma il dato è chiaro: i residui ci sono, e aumentano con una coltivazione convenzionale.

I “quaternari” e lo sforamento di legge

Tra i risultati più delicati c’è un caso specifico: uno dei campioni ha mostrato

  • una violazione confermata del limite massimo per TMA-Octadecyl

  • una violazione non confermata per cloruro di cetrimonio

Si tratta di sostanze appartenenti ai composti di ammonio quaternario, usati spesso non come pesticidi, ma come disinfettanti. Secondo il CVUA un possibile ingresso può avvenire durante la lavorazione, per esempio nella fase di lavaggio delle foglie, se vengono utilizzati disinfettanti non adeguatamente gestiti.

Perclorato presente

Tra i contaminanti cercati c’è il perclorato, sostanza che può derivare dall’ambiente (suolo, acqua) ma anche da processi industriali o disinfezioni.

Nei campioni analizzati, il valore medio era 0,16 mg/kg, superiore in media ai residui dei pesticidi “classici”. Tuttavia, tutti i prodotti risultano sotto il limite europeo fissato a 0,75 mg/kg per il tè.

Dal punto di vista sanitario il CVUA ricorda che il perclorato può interferire con l’assorbimento di iodio nella tiroide, ma sottolinea anche che la dose stimata attraverso il consumo di matcha resta, da sola, lontana dalle soglie considerate critiche. Il punto, semmai, è l’esposizione cumulativa: il perclorato arriva anche da altri alimenti.

Il giallo del trimesio

Altra sostanza osservata è il trimesio (trimetilsolfonio), rilevato in sette campioni su undici.

Può essere legato a prodotti a base di glifosato, ma non necessariamente: secondo i tecnici tedeschi può anche formarsi durante l’essiccazione del materiale vegetale, diventando una contaminazione “di processo”.

In ogni caso, i livelli riscontrati sono sotto i limiti e non indicano un problema sanitario immediato.

Il vero tema: l’alluminio

È il capitolo più importante. Perché l’alluminio nel tè esiste da sempre, ma con il matcha cambia la dose reale che arriva nel corpo.

L’alluminio è un metallo naturalmente presente nel suolo: la pianta del tè lo assorbe in modo particolarmente efficiente e lo accumula nelle foglie. Ma nel tè tradizionale molte quantità restano nei residui della foglia. Nel matcha, invece, la foglia è polverizzata e consumata interamente.

In nove campioni analizzati, i livelli di alluminio erano compresi tra:

  • 512 mg/kg

  • 2085 mg/kg

con un valore medio di 1112 mg/kg.

Numeri che si inseriscono nello stesso ordine di grandezza già valutato dal BfR (l’Istituto federale tedesco per la valutazione del rischio), che in passato ha evidenziato livelli molto alti in alcune polveri di matcha.

L’Autorità europea EFSA ha fissato per l’alluminio una dose settimanale tollerabile (TWI) di 1 mg/kg di peso corporeo. E il CVUA avverte che, con un consumo regolare, soprattutto scegliendo prodotti ad alto contenuto, questa soglia può essere raggiunta o superata.

Tradotto: non è il matcha ogni tanto il problema, ma il matcha quotidiano, magari in più tazze al giorno, soprattutto se associato ad altri alimenti che già contribuiscono all’esposizione ad alluminio.

Bambini e donne in gravidanza: meglio limitare

L’indicazione prudenziale è chiara: gruppi più sensibili come bambini e donne in gravidanza dovrebbero limitare il consumo.

Non perché il matcha sia “velenoso”, ma perché il rischio legato all’alluminio è legato all’esposizione continua e cumulativa. E la polvere, per definizione, concentra.