L’inchiesta francese: quasi 6 alimenti per l’infanzia su 10 sono ultraprocessati

ULTRAPROCESSATI

Un’inchiesta di 60 Millions de Consommateurs rivela che quasi 6 prodotti per bebè su 10 sono ultraprocessati. Dessert e biscotti risultano i peggiori. Ecco dati, marchi più coinvolti e ingredienti spia

Dare il meglio al proprio bambino: è un istinto naturale, quasi automatico. Eppure, oggi, anche un gesto semplice come scegliere un vasetto di frutta o un dessert “per neonati” può trasformarsi in un percorso a ostacoli fatto di dubbi, marketing aggressivo e promesse rassicuranti che non sempre corrispondono alla realtà.

È questo il cuore dell’inchiesta pubblicata da 60 Millions de Consommateurs, che ha analizzato 165 prodotti alimentari per l’infanzia – quelli che popolano quotidianamente i carrelli della spesa delle famiglie – e ha trovato un dato destinato a far discutere: il 58,2% dei prodotti esaminati è ultraprocessato, cioè quasi sei su dieci.

Un numero enorme, soprattutto perché parliamo di alimenti che dovrebbero essere pensati per la fascia più delicata di tutte: i bambini nei primi mesi e anni di vita, quando si gettano le basi di abitudini alimentari e, in parte, anche di salute futura.

Baby food, tra senso di colpa e consumo di massa

Secondo l’inchiesta, l’alimentazione dei più piccoli oggi è un campo minato: i genitori si muovono tra pressione sociale, senso di colpa e persino giudizio esterno. Non si tratta solo di una percezione: uno studio citato da 60 million de consommateurs (Talker Research, 2025) segnala che un genitore su tre dichiara di essersi sentito in colpa per ciò che mette nel piatto del figlio.

In parallelo, l’offerta di prodotti “per bebè” non è mai stata così vasta. Il reparto baby degli scaffali è un universo a sé: composte, dessert, cereali, biscotti, snack, piatti pronti salati. E su ogni confezione campeggiano diciture che funzionano come un lasciapassare psicologico: “bio”, “senza zuccheri aggiunti”, “ricco di verdure”, “senza conservanti”, “senza coloranti”.

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Parole che parlano direttamente alle paure dei genitori. Ma, come mostra l’inchiesta, spesso non raccontano l’intera storia.

Cosa significa “ultraprocessato”

La definizione usata da 60 Millions parte dall’idea – oggi sempre più diffusa in ambito scientifico – che non conti solo il contenuto nutrizionale (calorie, zuccheri, sale), ma anche il livello di trasformazione industriale.

In questa chiave, gli alimenti ultraprocessati sono prodotti formulati con ingredienti ricostituiti (farine raffinate, amidi modificati, isolati proteici), con l’uso di tecnologie industriali (come l’estrusione) e con l’aggiunta di sostanze che servono a cambiare consistenza, gusto, colore, conservabilità: emulsionanti, addensanti, aromi, correttori di acidità.

Il risultato è spesso un alimento “perfetto” dal punto di vista commerciale: stabile sugli scaffali, piacevole al palato, pratico, replicabile. Ma è anche un alimento che può diventare – come ricordano numerosi studi sugli adulti e alcuni studi sui bambini – un elemento di rischio se consumato con frequenza: si parla di associazioni con obesità, carie, disturbi cardiometabolici.

Non esiste un’etichetta che li segnali

Un punto chiave dell’inchiesta è proprio questo: il consumatore non ha strumenti semplici e immediati per riconoscerli.

Non esiste un logo, un bollino, un’indicazione in etichetta che permetta di dire “questo è ultraprocessato”. E non basta nemmeno affidarsi al Nutri-Score: 60 Millions ricorda che, nel caso degli alimenti per bambini, non viene applicato.

In pratica: il genitore può trovarsi davanti un prodotto con un profilo “corretto” per l’infanzia, ma comunque fortemente industriale nella composizione.

Quasi 6 su 10: il conto dell’inchiesta

La redazione ha esaminato 165 prodotti di marca e di private label in sei categorie. Ha cercato in etichetta i cosiddetti “marcatori di ultraprocessamento”, basandosi sulla classificazione NOVA.

Il verdetto è netto:

  • 96 prodotti su 165 (58,2%) risultano ultraprocessati.

  • Spesso i prodotti ultraprocessati per bebè contengono pochi marcatori: un quarto ha un solo marcatore, una sobrietà che gli autori riconoscono come un elemento positivo rispetto ad altri settori del food industriale.

Ma il quadro complessivo, alla fine, non rassicura: perché basta guardare bene dove si concentrano questi prodotti per capire che il problema non è marginale.

Dessert e biscotti: l’ultraprocessamento è quasi totale

Le categorie “peggiori” sono due e dominano la classifica:

  1. Dessert lattiero-caseari: 96,9% ultraprocessati (31 prodotti su 32)

  2. Biscotti per l’infanzia: 92,9% (13 prodotti su 14)

Subito dopo arrivano:

  • Snack: 80%
  • Composte: 66,7%
  • Cereali: 53,3%
  • Pasti salati: 29,7%

In altre parole: dove c’è “dolce”, “merenda” e “premio”, l’industria entra più pesantemente con formule e ingredienti tipici dell’ultraprocessamento.

I marchi con più prodotti ultraprocessati per bebè

Il mensile dei consumatori francesi ha anche annotato la percentuale di prodotti ultraprocessati per marchio. Vale la pena scorrere questa classifica anche se gran parte dei prodotti non sono reperibili nei negozi italiani.

  • Babybio: 38,5%
  • Simple comme…: 40,0%
  • My Carrefour Baby Bio: 50,0%
  • U tout petits: 50,0%
  • Good Goût: 57,1%
  • HiPP bio: 63,6%
  • Blédina: 72,0%
  • Nestlé: 88,5%

Il dato che colpisce di più è quello di Nestlé, che sfiora il 90%: una quota altissima e trasversale alle categorie. E infatti l’inchiesta la individua come la marca con il livello più elevato di ultraprocessamento nel paniere analizzato.

All’estremo opposto, marchi “bio” come Babybio e Simple comme… presentano percentuali più contenute, ma comunque non irrilevanti: segno che “biologico” non significa automaticamente “poco processato”.

Dal marchio alla categoria di prodotti ecco dove il processamento la fa da padrone:

  • Biscotti: 92,9%
  • Snack: 80,0%
  • Composte: 66,7%
  • Cereali: 53,3%
  • Pasti salati: 29,7%

Questa classifica spiega bene dove si annida il problema: i prodotti più ultraprocessati non sono quelli “necessari”, ma quelli che spesso entrano come “extra”: merende, dolci, snack, biscotti.

Eppure, sugli scaffali, proprio queste categorie sono quelle più visibili, più promosse, più piene di claim rassicuranti e immagini sorridenti.

Gli ingredienti che dovrebbero far accendere un allarme

Se l’etichetta non dice “ultraprocessato”, l’unico strumento reale per capirlo è la lista ingredienti. E qui l’inchiesta è molto concreta.

Un esempio: una composta “Mela biscotto” che, all’apparenza, potrebbe sembrare innocua, contiene in realtà diversi ingredienti tipici dell’ultraprocessamento: lecitina di soia, aromi, estratti.

I marcatori più ricorrenti secondo 60 Millions sono quelli che non appartengono alla cucina domestica:

  • amidi (di riso, mais, frumento)
  • correttori di acidità
  • pectina di frutta
  • tartrato di potassio
  • aromi (di qualunque tipo)
  • succhi di frutta concentrati
  • gomme/addensanti (come la gomma di guar)

E poi c’è un segnale “fisico”: la consistenza. Il prodotto soffiato, gonfiato, ricostituito, uniforme, spesso racconta più della confezione.

Perché l’industria dice di usarli

Un passaggio interessante dell’inchiesta riguarda la spiegazione che le aziende danno per l’uso di questi ingredienti.

Nei dessert lattiero-caseari, per esempio, le norme limitano il contenuto proteico e il risultato può essere una preparazione più liquida. Per renderla “da cucchiaino”, l’industria aggiunge addensanti come pectina e amido.

Non sempre, quindi, l’ingrediente ultraprocessato serve solo a rendere “più buono” il prodotto: a volte serve a farlo stare in piedi dal punto di vista tecnico.

Ma resta il punto principale: il consumatore deve sapere cosa sta comprando e con quale grado di trasformazione.

La categoria “migliore”: i pasti salati

C’è anche una notizia positiva: la categoria meno ultraprocessata è quella dei pasti salati, con il 29,7%. Una quota comunque non trascurabile, ma decisamente più bassa rispetto a dessert e biscotti.

60 Millions segnala inoltre che alcune marche bio in questo segmento risultano addirittura prive di marcatori di ultraprocessamento: Babybio, Simple comme… e U tout petits, mentre Pommette (Intermarché) quasi perfetta.

All’opposto, anche nei salati compaiono differenze marcate tra aziende: una parte rilevante delle ricette salate di Nestlé, HiPP bio e Blédina contiene almeno un marcatore di ultraprocessamento.

Il rischio più grande: educare al “dolce industriale”

Il punto più delicato, forse, non è nemmeno il singolo vasetto. È l’effetto complessivo: la costruzione di una normalità alimentare.

Se la prima infanzia è un periodo decisivo per costruire preferenze, routine e persino rapporto emotivo con il cibo, allora un’esposizione continua a snack, dessert e biscotti ultraprocessati può diventare un modello.

E il modello, come sappiamo, raramente si ferma da solo.