Lo studio cinese: contaminazione diffusa di bisfenolo nel tè

tè

Uno studio su Food Chemistry rivela la presenza diffusa di bisfenoli nel tè cinese: contaminazione elevata in alcune aree e tipologie, migrazione nell’infuso e rischi potenzialmente maggiori per i bambini

Il tè, seconda bevanda più consumata al mondo dopo l’acqua e simbolo di naturalità per milioni di consumatori, non è immune da contaminazioni chimiche. Un nuovo studio pubblicato nel numero di febbraio 2026 della rivista scientifica Food Chemistry rivela una presenza estesa di bisfenoli – sostanze note per i loro effetti di interferenza endocrina – in un’ampia gamma di tè prodotti in Cina, con un rischio potenzialmente più elevato per i bambini.

La ricerca è stata condotta da un pool di ricercatori della Sun Yat-sen University di Shenzhen, una delle principali università cinesi, e rappresenta una delle indagini più complete finora disponibili sulla contaminazione da bisfenoli nel tè.

Bisfenoli quasi ovunque: il 94% dei campioni contaminati

I ricercatori hanno analizzato 220 campioni di tè provenienti da quattro grandi aree produttive della Cina (Jiangnan, Jiangbei, Cina sud-occidentale e Cina meridionale), includendo diverse tipologie: tè verde, bianco, giallo, oolong, nero e tè scuro.

Il risultato principale è netto: nel 94,1% dei campioni sono stati rilevati bisfenoli, con concentrazioni che arrivano fino a 75,6 ng/g nelle foglie secche. In totale sono stati cercati sette diversi analoghi del bisfenolo, tra cui il noto BPA, ma anche sostituti sempre più utilizzati come BPS e BPF.

Il tè oolong risulta il più contaminato in media, mentre il tè bianco presenta i livelli più bassi.

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Non solo BPA: crescono i “sostituti”

Uno degli aspetti più rilevanti dello studio è che non si limita al bisfenolo A, ma include una gamma più ampia di analoghi chimici, introdotti dall’industria come alternative “più sicure” dopo le restrizioni normative sul BPA.

Secondo i ricercatori, questi composti:

  • sono strutturalmente simili al BPA

  • mostrano comportamenti analoghi in termini di migrazione negli alimenti

  • possono avere effetti tossicologici comparabili

Il loro utilizzo è in aumento in materiali plastici, rivestimenti, resine e imballaggi alimentari, inclusi quelli usati nella filiera del tè.

Dalle foglie alla tazza: la migrazione durante l’infusione

Lo studio analizza anche un passaggio cruciale: quanto di queste sostanze finisce effettivamente nella bevanda.

I test di infusione mostrano che il trasferimento dei bisfenoli dalle foglie all’acqua calda può essere molto elevato:

  • per il BPA il tasso di migrazione arriva fino al 96%

  • il passaggio dipende dal tipo di composto e dal processo di lavorazione del tè

In altre parole, ciò che è presente nella foglia ha un’alta probabilità di ritrovarsi nella tazza.

Lavorazioni e area geografica fanno la differenza

La contaminazione non è uniforme. I dati indicano:

  • forti differenze geografiche, con i tè provenienti dall’area di Jiangbei che mostrano i livelli più elevati

  • una correlazione positiva tra numero di fasi di lavorazione e contaminazione, suggerendo che macchinari, contenitori e superfici di contatto possano contribuire all’accumulo di bisfenoli

Questo rafforza l’ipotesi che la contaminazione non derivi solo dall’imballaggio finale, ma dall’intera filiera produttiva.

Rischio più alto per i bambini

La parte forse più delicata dello studio riguarda la valutazione del rischio sanitario. Utilizzando modelli di esposizione alimentare, i ricercatori hanno stimato l’assunzione giornaliera di bisfenoli attraverso il consumo di tè.

I risultati mostrano che:

  • per gli adulti l’indice di rischio è in genere sotto la soglia di allerta

  • per i bambini, invece, l’indice di pericolo supera spesso il valore considerato accettabile

In particolare, nei bambini con consumi elevati di tè (o bevande a base di tè) emerge una potenziale criticità sanitaria, anche alla luce della recente decisione dell’EFSA di abbassare drasticamente la dose giornaliera tollerabile del BPA.

Un segnale che va oltre la Cina

Pur concentrandosi sulla produzione cinese, lo studio ha una portata che va ben oltre i confini nazionali. La Cina è infatti il principale produttore ed esportatore mondiale di tè, e una parte rilevante dei prodotti analizzati può arrivare anche sui mercati europei.

La ricerca mette in evidenza un punto chiave: il tè, spesso percepito come bevanda “pulita” e salutare, può diventare un veicolo di esposizione cronica a contaminanti chimici, soprattutto quando il consumo è frequente e inizia in età precoce.