Integratori anti-colesterolo, perché (e come) abbiamo valutato la biodisponibilità

INTEGRATORI COLESTEROLO

Il presidente della Società italiana dei formulatori in nutraceutica ci chiede spiegazione sui test condotti sugli integratori. Risponde il professor Alberto Ritieni della Federico II. E sugli additivi ecco perché sono stati valutati come sgraditi

Il nostro test sugli integratori a base di riso rosso fermentato contro il colesterolo ha suscitato molte reazioni. Già prima della pubblicazione la società farmaceutica Guidotti-Menarini ha richiamato dal mercato il proprio prodotto (LevelipDuo) e il ministero della Salute ha annunciato controlli più severi per monitorare attraverso test di disaggregazione la sicurezza di questi integratori.

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Dopo l’uscita del nostro test non sono mancate le prese di posizione da parte dell’industria – Germano Scarpa, presidente di Integratori e Salute associazione di categoria ha assicurato “la nostra associazione sta collaborando con alcune istituzioni scientifiche e università che intendono mettere a punto una metodica specifica per le varie forme di presentazione degli integratori alimentari” – e le richieste di chiarire alcuni aspetti delle nostre analisi condotte presso i laboratori dell’Università Federico II di Napoli.

La Sifnut: “Le prove sulla biodisponibilità non vanno confuse”

Tra le richieste di chiarimento ricevuto c’è quella di Andrea Fratter, presidente della Sifnut, Società italiana dei formulatori in nutraceutica: “Ho letto con attenzione i vostri articoli sugli integratori alimentari aventi come oggetto i test sulla disaggregazione degli integratori (lo scorso anno) e più recentemente l’analisi sulla monacolina eseguiti dalla professoressa Quaglia e dal professor Ritieni dell’Università di Napoli. Pur complimentandomi con voi per aver messo in luce un grave limite della normativa vigente che non impone i necessari controlli su questi prodotti, ormai veri e propri capisaldi di salute dei cittadini, constato che nell’articolo si fa riferimento al termine biodisponibilità, riferito ai prodotti testati, in modo improprio, dal momento che i test eseguiti in alcun modo possono dare indicazioni sulla biodisponibilità dei prodotti che non va confusa con la disaggregazione e solubilità della compressa e, anche in questo caso, il messaggio che arriva ai consumatori è aberrante e totalmente destituito di fondamento scientifico”.

Il professor Ritieni: “Nessuna confusione, abbiamo effettuato un test specifico”

Abbiamo girato la posizione del dottor Fratter al professor Alberto Ritieni che per noi ha condotto le analisi tanto sulla determinazione della monacolina che sulla biodisponibilità del principio attivo. Ecco la sua risposta: “La presenza di una giovane Società scientifica come la Sifnut è un segnale che il settore della Nutraceutica voglia darsi delle linee guida per offrire prodotti di eccellenza e sicuri.
Il test di disaggregazione utilizzato, sia pure non essendo ancora obbligatorio per gli integratori alimentari, fornisce delle importanti valutazioni sulla qualità del processo industriale di formulazione per cui l’augurio è che sia al più presto codificato un test con le medesime finalità a garanzia dei consumatori prima e delle aziende formulatrici poi. Nello stesso articolo si sono testati gli stessi integratori per gli aspetti definiti di bioaccessibilità attraverso una simulazione in vitro della digestione sostanzialmente gastrica. Tali dati rendono possibile valutare quanto il principio in condizioni simulanti la digestione si rendano disponibili per il successivo step di biodisponibilità e assorbimento.
In conclusione, i test di disaggregazione e di bioaccessibilità sono solo apparentemente simili ad una prima lettura, ma hanno obiettivi differenti da valutare e le metodologie pur sembrando sovrapponibili non lo sono. Risulta altresì evidente che la disaggregazione dell’integratore è limitante perché si abbia una bioaccessibilità ottimale del/dei principi utilizzati”.

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Perché questi additivi sono sgraditi negli integratori

Frutter nella sua mail ne ha anche per la classificazione come “ingredienti sgraditi” di due additivi che abbiamo riportato nelle tabelle dei singoli integratori testati. Scrive il presidente della Sifnut: “Devo mio malgrado constatare una non corretta informazione da parte vostra in ordine agli eccipienti che avete qualificato come “non graditi” con specifico riferimento alla carbossimetilcellosa (E466) e la idrossipropilmetilcellulosa (E464) entrambi eccipienti autorizzati dalla normativa alimentare vigente in Italia e notoriamente sicuri nell’impiego quotidiano oltre che ubiquitari. L’indicazione di “non graditi” può evocare paure da parte dei consumatori e alterare un comportamento di acquisto che non poggia su fondamenta di serietà scientifica e che pertanto non può essere accettabile, specialmente da un giornale che, come il vostro, denuncia proprio le storture del mercato e le truffe a carico dei consumatori”.

Il fatto che siano autorizzato non esclude che gli additivi possano avere un profilo di rischio elevato e che in virtù di revisioni, si veda il caso del biossido di titanio negli alimenti, vengano poi banditi dalle autorità sanitarie europee.

Tuttavia stando al fatto che gli integratori alimentari ricadono nell’ambito alimentare, come prescrive la normativa, i profili di rischio dei due additivi sono tutt’altro che trascurabili. La carbossimetilcellulosa (l’addensante E466), è sospettato da uno studio recente dell’Istituto Cochin di Parigi di “alterare il microbioma intestinale nei soggetti sani”. L’idrossipropilmetilcellulosa, usata come stabilizzante, in ambito alimentare è considerata, così come l’E466, potenzialmente cancerogena anche se è ancora autorizzata come additivo.