Come limitare l’esposizione quotidiana ai Pfas, gli “inquinanti per sempre”

PFAS

I pericoli dei Pfas, le sostanze utilizzate per dare caratteristiche di idrorepellenza, antimacchia e antiaderenza a centinaia di prodotti industriali sono oramai noti. E mentre le autorità sanitarie stabiliscono percorsi troppo lenti per il divieto di uso, sempre più consumatori si chiedono se è possibile limitare l’esposizione. Vediamo come fare

Sarebbe bene pensare ai prodotti che stiamo acquistando, agli indumenti che indossiamo, a quello che spalmiamo sul nostro corpo. Solo così potremmo ridurre il rischio di tenere più vicini di quanto vorremmo i Pfas, gli “inquinanti per sempre” sui quali giorno dopo giorno si ammassano sempre maggiori evidenze di rischi per la nostra salute.

È il consiglio che arriva dall’altra parte dell’oceano, da Alan Ducatman, professore emerito presso la School of Public Health della West Virginia University a Morgantown ed esperto di tossicologia chimica che studia gli effetti sulla salute del Pfas. Ducatam ha deciso di lanciare il monito ai consumatori statunitensi attraverso le colonne di Consumer Reports, il giornale dei consumatori nordamericani, ma il consiglio, può sembrare superfluo ribadirlo, vale ovviamente anche per quelli europei e italiani. Anzi forse nel luogo europeo che ha subito la contaminazione più diffusa finora registrata nel Vecchio Continente (quella della fabbrica Miteni che continua a spaventare decine di migliaia di persone in Veneto e non solo) queste parole suonano ancora più forti.

È bene considerare che le molecole per- e polifluoroalchiliche (i Pfas, per l’appunto), sono utilizzate anche in una miriade di altri prodotti, dalle pentole antiaderenti agli indumenti resistenti all’acqua e sono in pochi i paesi che hanno deciso di porre un freno effettivo al loro utilizzo. Negli Usa, per esempio, in California, una legge che entrerà in vigore nel 2023 limiterà i Pfas negli imballaggi alimentari.

Tempi lunghi per un bando annunciato

Tempi ancora più lunghi in Europa, dove Ursula Von der Leyen ha annunciato un piano d’azione per mettere al bando circa 7mila sostanze chimiche tra cui i Pfas, i Pvc e i bisfenoli con una procedura che non inizierà prima di due anni e non si concluderà prima del 2030.

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In Italia, poi, la strada è altrettanto accidentata per arrivare a un valore limite fissato in zero per le acque ad uso potabile come richiesto da Isde Italia – medici per l’ambiente. Un appello che era stato anche presentato durante l’audizione in Senato sul Disegno di legge n.2392 “Misure urgenti per la riduzione dell’inquinamento da sostanze poli e perfluoroalchiliche (Pfas) e per il miglioramento della qualità delle acque destinate al consumo umano”.

Attese eccessive per porre un argine a inquinanti pericolosi che rimangono nell’ambiente per troppi anni. Tanto che in molti ammoniscono i consumatori a fare attenzione ai propri acquisti per limitare l’esposizione.

I pericoli dei Pfas

I rischi, d’altronde, non sono da sottovalutare. Ci ha spiegato Carlo Foresta, endocrinologo e tra i maggiori esperti italiani di queste sostanze, che la lista delle patologie che possono provocare è davvero lunga: “Si va dai danni alla tiroide all’aumento dei livelli di colesterolo. Le sostanze perfluoroalchiliche possono anche essere responsabili di alcuni tipi di cancro (testicolare, alla mammella, al rene) oltre a determinare alcuni danni nei feti. Insomma, non vanno assolutamente sottovalutate. Nel nostro paese, in tre province del Veneto – Vicenza, Verona e Padova – la contaminazione da Pfas delle falde acquifere dovuta allo sversamento della fabbrica Miteni ha evidenziato, a partire almeno dal 2015, un aumento di alcune patologie come il tumore a rene e testicolo (+30%), la cardiopatia ischemica (+21%), il morbo di Alzheimer (+14%), le malattie correlate al diabete (+25%)”.

Vista la diffusione di questi composti, è impossibile evitarli del tutto, “L’utilizzo di prodotti per la cura personale e materiali da cucina privi di Pfas ed evitare il contatto diretto con prodotti che li contengono aiuta solo a ridurre l’esposizione” spiega il professor Foresta. Vediamo in che modo.

Imballaggi

I test di associazioni di consumatori e i lavori scientifici indipendenti hanno rilevato Pfas in qualsiasi imballaggio, dagli involucri di hamburger al Burger King ai contenitori per insalata ai sacchetti di biscotti al McDonald’s. E alcune ricerche indicano che le persone che mangiano cibi cucinati in casa più spesso possono avere livelli più bassi di Pfas nel sangue rispetto a chi mangia spesso fuori casa.

Per limitare l’esposizione, tuttavia, non è necessario evitare di mangiar fuori ma si deve trasferire il cibo fuori dall’imballaggio il prima possibile ed evitare di riscaldarlo in contenitori da asporto, perché sia ​​il calore che il tempo aumentano la probabilità che queste sostanze si trasferiscano dagli involucri al cibo. Per la stessa ragione molti esperti suggeriscono di evitare i popcorn al microonde perché i sacchetti che li contengono tendono ad avere alti livelli di Pfas.

Abbigliamento

Le sostanze per- e polifluoroalchiliche si trovano spesso nei tessuti resistenti alle macchie e all’acqua. Tappeti, mobili e vestiti possono contenerli. Ma è anche vero che ci sono produttori, stimolati dai consumatori, che hanno adottato scelte di materiali Pfas-free. Per il momento si tratta per lo più di annunci, come quelli di The North Face e Mammut che hanno promesso di non usare più i composti poli- e per- fluorurati in alcune collezioni entro il 2025.

Gore Fabrics, l’azienda americana che detiene il noto marchio Gore-Tex e leader globale nella produzione di tessuti impermeabili, a settembre 2021 ha iniziato a produrre una membrana per l’abbigliamento outdoor totalmente priva di Pfc. Qualcosa si muove, dunque, ma ci vorranno anni per smettere di contare i danni dovuti dall’inquinamento da Pfas, e non è detto che ciò avvenga vista la loro scarsa degradazione che li farà sopravvivere a lungo anche all’abbandono industriale.

Tessuti

Toxic-Free Future ha testato di recente biancheria da letto, tovaglie e tovaglioli – alla ricerca del fluoro totale e di Pfas specifici, che vengono utilizzati per rendere i prodotti resistenti alle macchie e all’acqua. L’analisi ha rilevato che 35 prodotti contenevano fluoro a livelli superiori a 100 parti per milione, o ppm. La presenza di fluoro è un’indicazione molto forte di Pfas. Il consiglio, dunque, è evitare quelle che si dichiarano “antimacchia” e che per assicurare questa caratteristica molto probabilmente hanno bisogno di utilizzare questa famiglia di composti chimici.

Cosmetici

Ricerche recenti hanno dimostrato che anche i cosmetici contengono Pfas. Anche in questo caso l’ideale è evitare prodotti resistenti all’acqua e prodotti con Ptfe. L’Environmental Working Group, organizzazione non governativa gestisce un database per aiutare a identificare quali shampoo, filo interdentale, trucco e altri prodotti per la cura personale contengono Pfas. Un elenco che può aiutare anche se non rappresenta interamente il nostro mercato, visto che è basato su ricerche fatte negli Usa.

Spray antiappannamento

Secondo uno studio condotto dalla Duke University, neppure gli spray e i panni antiappannamento che molte persone usano per prevenire la condensa sugli occhiali (specie quando indossano una mascherina) si salvano dalla possibilità di contenere alti livelli di sostanze alchiliche per- e polifluorurate (Pfas). Meglio il classico metodo: fazzoletto e acqua per pulire le lenti.

Pentole

La maggior parte delle pentole antiaderenti è realizzata in Ptfe, un tipo di Pfas. Secondo i test di Consumer Reports non dovrebbero correre questo rischio quelle con superficie antiaderente in ceramica. Ovviamente nessun rischio per quelle più tradizionali in ghisa o acciaio non antiaderenti.

Gli esperti di CR affermano che i prodotti antiaderenti hanno meno probabilità di rilasciare Pfas, poi, se utilizzati correttamente. Ciò significa che non raschiarli con utensili da cucina in metallo o detergenti abrasivi, né surriscaldarli durante la cottura è indubbiamente di aiuto.

Piatti compostabili

È stata un’inchiesta del Salvagente di giugno 2021 a dimostrare come la presenza di Pfas fosse tutt’altro che improbabile in piatti, bicchieri e posate compostabili distribuiti nelle mense scolastiche italiane. Un problema che sarebbe facile superare tanto sulle tavole dei piccoli scolari che nelle nostre case ricorrendo a quei prodotti che dichiarano una certificazione come “Ok compost”, visto che garantisce l’assenza di fluoro a livelli preoccupanti.