Deforestazione, così i big dell’agrobusiness tentano di bloccare il piano dell’Ue

Cinque delle più grandi aziende agroalimentari del mondo hanno cercato di indebolire un disegno di legge dell’UE che vieta le importazioni di cibo legate alla deforestazione. A dirlo è un’inchiesta del Guardian, secondo cui otto giorni dopo essersi impegnati ad accelerare i loro sforzi di protezione delle foreste durante la Cop26, hanno segretamente tramato per ottenere l’effetto opposto.

L’impegno dell’agrobusiness

“Le speranze di protezione delle foreste sono state sollevate – scrive il quotidiano inglese – quando gli amministratori delegati di 10 aziende alimentari con un fatturato combinato di quasi 500 miliardi di dollari hanno promesso di ‘accelerare l’azione a livello di settore’ per eliminare la deforestazione guidata dalle materie prime all’inizio del vertice sul clima il 2 novembre”. L’agricoltura è responsabile di un quarto delle emissioni mondiali di gas serra e le aziende hanno promesso un piano di riforma della catena di approvvigionamento per fissare il riscaldamento globale a 1,5°C entro novembre 2022.

Il cambio di direzione

Lo scorso novembre, però, le associazioni di categoria che rappresentano le cinque aziende ADM, Bunge, Cargill, Ldc e Viterra hanno avvertito il responsabile del green deal dell’UE, Frans Timmermans, dell’impennata dei prezzi e della carenza di cibo se l’Ue avesse proceduto con il proprio progetto.

Il piano Ue

Il piano della Commissione europea, che ora è all’esame dei ministri dell’Ue, obbligherebbe le aziende a individuare prodotti come caffè, soia, carne bovina o cacao ritenuti collegati alla deforestazione e impedire loro di entrare nel mercato dell’Ue. Tuttavia, questo è “tecnicamente ed effettivamente non fattibile”, secondo la lettera dei giganti del settore, ottenuta da Greenpeace Unearthed e condivisa con il Guardian. Secondo quanto afferma la lettera di Big food, la proposta dell’UE potrebbe causare “importanti aumenti di prezzo e problemi di disponibilità”, mentre “riduce l’offerta di cibo a prezzi accessibili, aumenta i costi per gli agricoltori e le industrie con sede nell’UE e amplifica i rischi di carenza di approvvigionamento di materiale ad alto contenuto proteico” .

Verdi Ue: “Comportamento deludente”

L’eurodeputata dei Verdi Anna Cavazzini ha dichiarato al Guardian: “È molto deludente che alcune delle stesse società che si sono impegnate alla Cop26 ad agire contro la deforestazione chiedano alla Commissione europea di annacquare le ambizioni legislative in questo settore. Il vero cambiamento può avvenire solo se le aziende praticano in privato ciò che predicano in pubblico”.

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I firmatari si difendono

I firmatari della lettera insistono sul fatto che rimangono impegnati a frenare la deforestazione. Una seconda lettera scritta in collaborazione da gruppi industriali, comprese le tre associazioni di categoria, il 3 febbraio, sosteneva che i piccoli agricoltori poveri sarebbero stati “influenzati negativamente” dalla nuova legge. L’uso di “dati di geolocalizzazione” per risalire all’origine delle materie prime sarebbe un problema particolare per i piccoli agricoltori, ha affermato la missiva al ministro francese per la transizione ecologica, Barbara Pompili, anch’essa visionata dal Guardian.

I piccoli produttori di cacao: “I big tentano di bloccare il cambiamento”

Ma, scrive il quotidiano “i gruppi che rappresentano più di 34mila coltivatori di cacao ivoriani hanno respinto tale affermazione in una lettera ai ministri e agli eurodeputati dell’UE datata 1 marzo”.  Secondo loro, la tracciabilità digitale offre “un’opportunità unica” per affrontare questioni di equità sociale come il rispetto dei prezzi ufficiali del cacao, il mancato pagamento dei premi di sostenibilità promessi e la repressione degli intermediari della filiera e delle cooperative illegali nelle foreste protette. Gli attori del settore che stanno cercando di impedire un sistema di tracciabilità che comporti la geolocalizzazione degli appezzamenti e l’identificazione di ciascun produttore, in realtà si battono perché non cambi nulla”, si legge nella lettera riportata dal Guardian. Bakary Traoré, direttore di Idef, una Ong in Costa d’Avorio, ha aggiunto che le lobby del settore erano più volte a “salvaguardare la morsa delle grandi aziende nel settore, che a migliorare la vita dei piccoli proprietari”.