Viterbo, arsenico nell’acqua potabile. Commissione Ue deferisce l’Italia alla Corte di giustizia

ARSENICO

Bruxelles si è rivolta alla Corte di giustizia Ue per deferire l’Italia a causa dell’eccessiva presenza di arsenico negli acquedotti pubblici. Tecnicamente, l’accusa è quella di non aver rispettato la direttiva sull’acqua potabile, e il caso da cui parte tutto, come riporta Euractiv.it, è quello di sei comuni della provincia di Viterbo, in cui i livelli di arsenico nell’acqua potabile superano i valori stabiliti dalla direttiva stessa. Il superamento della soglia riguarda Bagnoregio, Civitella d’Agliano, Fabrica di Roma, Farnese, Ronciglione e Tuscania. Nelle zone di Bagnoregio e Fabrica di Roma, inoltre, sono state superate anche le soglie di sicurezza per il fluoruro.

La prima lettera della Commissione

Nel maggio 2014, ricorda Euractiv, la Commissione aveva inviato all’Italia una lettera di messa in mora, seguita da un parere motivato nel gennaio 2019 riguardante 16 zone di approvvigionamento idrico della provincia di Viterbo. Ma da allora la situazione è stata regolarizzata solo in 10 di queste zone. Bruxelles spiega ora: “Sebbene la Commissione accolga con favore sia l’adozione da parte dell’Italia di misure che vietano o limitano l’approvvigionamento idrico nelle zone interessate, sia l’invio ai consumatori di informazioni sulla situazione, ad oggi sei zone di approvvigionamento idrico non sono ancora pienamente conformi alla direttiva. La Commissione deferisce quindi l’Italia alla Corte di giustizia”

Limiti superati

Secondo la direttiva 98/83/CE sull’acqua potabile, gli Stati membri devono garantire che le acque destinate al consumo umano siano salubri e pulite. Sull’arsenico, in particolare, il limite massimo stabilito è di 10 microgrammi per litro, mentre in alcune zone del viterbese i valori sono anche 5 volte più alti.

Ritardi vecchi di 10 anni

Il contenuto di arsenico c’è da molti anni ma il problema si è fatto urgente dalla fine del 2003 quando è entrato in vigore il decreto legislativo n. 31 del 2001, che ha recepito una direttiva e ha ridotto i parametri da 50 microgrammi per litro a 10. Da quel momento le Regioni hanno dovuto fare ricorso a una serie di deroghe, che il ministero della Salute, di concerto con quello dell’Ambiente, solitamente ha concesso. Solo nel Lazio, nel 2009, erano 92 i comuni “non a norma”, distribuiti tra Viterbo (62, una provincia infestata), Roma e Latina. E nonostante ciò nel marzo 2010, un decreto del ministero della Salute concedeva deroghe sulla tolleranza per vanadio, clorito e trialometani, altre sostanze nocive, compreso ovviamente l’arsenico. E mentre si attendevano gli interventi del “piano di rientro”, i Comuni dell’hinterland e la Asl inviavano messaggi chiari alla cittadinanza: niente dentifrici al fluoro per bambini, niente integratori e alimenti con elevato contenuto di fluoro e, soprattutto, niente acqua del rubinetto fino ai 14 anni. Addirittura, sempre nel 2010,  “In base alle prescrizioni di Regione e ministero”, spiegava Fernando Maurizi, l’allora segretario dell’Ordine nazionale dei chimici e a capo di una società di consulenza nel settore ambientale e alimentare, “queste aziende non possono commercializzare fuori dal territorio alimenti prodotti con l’acqua ‘potabile’ della zona”. Le imprese avevano dovuto di corsa dotarsi di un impianto proprio di potabilizzazione, ma questo, certo, non tranquillizza chi quell’acqua la beve tutti i giorni.

I rischi connessi all’arsenico

L’Agenzia internazionale di ricerca sul cancro lo classifica come cancerogeno di classe 1, ossia certo per l’uomo. Quindi è auspicabile non venirci mai in contatto, tanto che secondo l’Organizzazione mondiale della sanità la quantità di arsenico nelle acque dovrebbe essere pari a zero. Del resto le problematiche sanitarie determinate da questo metallo sono ben note e costante oggetto di studi e ricerche. Ci sono evidenze scientifiche che pongono in correlazione diretta l’arsenico con il tumore al polmone, alla vescica, ai reni e alla cute. Inoltre l’esposizione attraverso l’acqua è stata associata al cancro del fegato e del colon. Ma non è tutto. Secondo alcuni studi questo metallo sarebbe un interferente endocrino, ossia mimerebbe gli ormoni con conseguenze sul sistema cardiovascolare, neurologico ed endocrinologico.