Ecco perché carne, latte e formaggi dovrebbero costare di più

Se i prezzi dei generi alimentari dovesse includere anche i costi per riparare il danno ambientale che la loro produzione provoca (immissione di CO2, consumo di suolo, sovrasfruttamento delle risorse idriche, inquinamento dei terreni e via elencando) i listini subirebbero subirebbero un vertiginoso rialzo: il prezzo della carne dovrebbe aumentare del 173%, quello del latte dell’122%, quello del formaggio dell’88% mentre per le banane un mini-rincaro del 19%.

La stima è stata realizzata da uno studio condotto due ricercatori tedeschi, Tobias Gaugler e Amelie Michalke,  consulenti del ministero federale dell’Agricoltura, che hanno proposto di introdurre un’etichetta climatica per gli alimenti per sensibilizzare i consumatori sull’impatto ambientale della produzione agro-alimentare.

Per conto della catena di supermercati discount Penny – come riporta la newsletter della Campagna Cambia la terra – No ai pesticidi Sì al biologico –  lo studio ha stimato i costi reali per un totale di 16 prodotti a private label della catena; oltre ai costi di produzione normali, ha calcolato anche le emissioni di gas serra durante la produzione, le conseguenze della fertilizzazione azotata e il fabbisogno energetico.

E dunque se si tenesse conto dei costi ambientali, secondo lo studio, il prezzo della carne da allevamento convenzionale dovrebbe aumentare di un 173%; mezzo chilo di carne macinata mista di produzione convenzionale non dovrebbe costare 2,79 euro, ma 7,62. Il latte diventerebbe il 122% più costoso, il formaggio Gouda l’88% e la mozzarella il 52%. Gli incrementi per la frutta e la verdura sarebbero invece ridotti: secondo Gaugler e gli altri studiosi, le banane costano il 19% in più, patate e pomodori il 12%, le mele l’8%. “Nel caso dei prodotti biologici – precisa Cambia la Terra – il maggior costo è ovviamente inferiore. calcoli dell’equipe di ricerca non hanno comunque compreso tutti i costi nascosti della produzione alimentare. Per esempio, non hanno tenuto conto dei costi dell’impatto dell’uso di antibiotici nell’allevamento, che seleziona germi resistenti, e anche di quelli legati all’uso di pesticidi, considerato che non sarebbero ancora quantificati con sufficiente certezza”.

Nel frattempo la catena Penny che ha commissionato la ricerca sperimenterà in un punto vendita di Berlino le nuove etichette climatiche, con il “prezzo reale” (danno ambientale incluso) ben segnalato, oltre al prezzo di vendita, quello che poi verrà pagato in cassa dai clienti.