Rubati oltre 1 milione di contatti Tim da usare per call center concorrenti

call center

Decine di migliaia di dati di titolari di linee telefoniche che segnalano guasti e disservizi venduti per spostare i clienti da un gestore telefonico all’altro. La procura di Roma ha arrestato 13 persone responsabili, secondo gli inquirenti, di un verso e proprio sistema di contrabbando con cui hanno trafugato 1,2 milioni di dati personali. A riportare la notizia è il Corriere della Sera, secondo cui oltre agli arrestati ci sono sette persone in fermo, tra cui alcuni dipendenti Tim. Tra le motivazioni che hanno spinto i pubblici ministeri Maria Teresa Gerace e Edmondo De Gregorio all’azione ci sono le accuse di accesso abusivo a sistemi informatici, detenzione abusiva di codici di accesso e commercializzazione illegale di archivi informatici.

La truffa denunciata da Tim

Secondo le intercettazioni riportate dal Corriere, venivano passati anche 70mila

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contatti da una persona all’altra. Nomi e numeri che finivano per essere usati dai call center che contattavano i potenziali clienti proponendo un nuovo contratto, proprio nel momento di maggior scontentezza, cioè dopo aver segnalato un guasto al vecchio operatore. I dati venivano sottratti illegittimamente dai database della Tim, da parte di dipendenti disonesti, e venduti ad aziende che poi li usavano per il telemarketing selvaggio. È stata la stessa Tim a far partire l’indagine nell’agosto scorso con una denuncia, a seguito dell’incessante fenomeno della divulgazione e del commercio di informazioni protette, come dati anagrafici e numeri di telefono, di ignari clienti Tim inseriti nei sistemi informatici”.

Come riuscivano a rubare i dati

In particolare, riporta il Corriere, a destare sospetti ed essere segnalato è stato l’utilizzo anomalo di alcune credenziali di accesso ai sistemi, di cui era venuto in possesso un dipendente della società “Distribuzione Italia”, gruppo che gestisce vari call center in Italia, tra cui Youtility a Roma, finito al centro delle cronache alcuni mesi fa perché uno dei suoi dipendenti, il 35enne Emanuele Renzi, era morto di Covid. Con le credenziali di questo dipendente, erano state effettuate “richieste di esportazione dati” molto superiori alla media, a volte in orari notturni. Un impiegato di Telecom dalla sua postazione aveva effettuato 340 accessi utilizzando le password di un altro dipendente, per evitare che si potesse risalire a lui. E le credenziali di un altro ancora, con le quali in precedenza venivano fatte alla banca dati mediamente 11 interrogazioni al giorno, mentre tra il 25 ottobre e il 7 novembre 2019 quella media è salita a 3.770 accessi. 70mila contatti al mese doveva essere il numero concordato per l’accordo che prevedeva un pagamento di diverse migliaia di euro per ogni transazione.

La truffa si stava espandendo anche a gas, luce e acqua

Nelle intercettazioni si fa riferimento anche a “20.000 Fastweb residenziali, e secondo il Corriere “dietro i reati contestati c’è la realtà di una truffa considerata allarmante, perché dal settore dei telefoni l’affare si stava espandendo a quello dell’energia, attraverso il traffico illegale sui clienti di Eni, Enel, Acea e altre società. Realizzando un’alterazione di fatto del mercato e della libera concorrenza”. Con i dati raccolti illecitamente due degli indagati avevano aperto un call center in Albania con oltre cinquanta persone impiegate. Per quali concorrenti di Tim lavorasse questo call center non è stato reso pubblico.