“Se l’Italia ha disperato bisogno di mascherine perché ferma chi come noi ha deciso di produrle?”

Franco Leoni e Fabio Zalambani da 20 anni operano nella produzione su commessa di elettronica, con la loro azienda che da 15 anni si chiama Polonord Adeste srl. Da qualche settimana hanno deciso di riconvertirsi e produrre le mascherine di cui in Italia c’è un bisogno estremo in questi giorni, “necessità urgente e in grandi numeri”, aggiunge Leoni. Hanno cominciato a farlo e alla grande, con numeri importanti, ma si sono immediatamente scontrati con un corto circuito burocratico che ha bloccato alla dogana i prodotti. “Potremmo produrre 40mila pezzi al giorno ma si deve sbloccare la situazione, sennò crolliamo anche noi”, chiarisce Leoni. Con buona pace anche delle mascherine che l’azienda aveva concordato di donare alla protezione civile.

L’idea della riconversione

 “L’elettronica produce in camere bianche, sterili, con un livello di sicurezza molto elevato”, spiega Leoni, che aggiunge: “Necessita inoltre di una quantità enorme di manodopera e, con i protocolli di sicurezza già avviati in Cina, non è difficile fare lavorare 500 persone per produrre mascherine”. Insomma, Leoni e Zalambani non vengono dal settore tessile, dal quale in questi giorni arriva notizia di riconversioni: “Sono tutte esperienze importanti, ma dobbiamo renderci conto che per fare grossi numeri e rispondere alle necessità che oggi il Paese ha servono grossi sforzi”. Il punto è che “fare milioni di pezzi qui è impossibile, non ci sono neanche le macchine per farlo; ma con i nostri partner cinesi è possibile riuscirci”.

La Polonord, dunque, è partita con la produzione. Qualche giorno fa sono arrivate le prime 10mila mascherine per soddisfare la categoria “Soggetti che esercitano attività essenziali” della lista Ateco divulgata dal governo. “Noi abbiamo subito deciso che non ci interessava guadagnare da questa attività ma che quello che eventualmente avremmo guadagnato lo avremmo donato in prodotto alla Protezione civile di Roma, con cui eravamo già in contatto e ci aveva dato l’ok”, chiarisce l’imprenditore.

Il blocco alla dogana 

Lunedì la beffa.  “Sono arrivate 7mila mascherine che – sottoposte all’ispezione – ci sono state ‘requisite in proprietà’ dalla dogana. Di queste una parte doveva andare ad un’azienda chimica che deve stare aperta, e le rimanenti alla Protezione civile”.

Ma cosa è successo? “Noi crediamo che la dogana non abbia recepito l’ordinanza n.6 del commissario straordinario, al Dcpm del 28 marzo. Ovvero, come si legge sul sito dell’Agenzia Dogane e monopoli: “L’ordinanza del Commissario Straordinario n.6 del 28 marzo 2020 – pdf prevede che l’Agenzia delle Dogane e dei Monopoli debba adottare ogni azione utile allo sdoganamento diretto e celere dei dispositivi di protezione individuale (DPI) e degli altri beni mobili necessari al contrasto alla diffusione del COVID 19”, e inoltre, “Il Commissario Straordinario per l’emergenza COVID 19, in particolare, ha definito una procedura di svincolo diretto per le importazioni del materiale DPI destinato a determinati soggetti indicati nell’ordinanza, prevedendo anche alcuni benefici fiscali la cui applicazione ADM sta definendo con il MEF”.

“Noi avevamo fatto domanda lo svincolo diretto e avevamo allegato la documentazione richiesta”, spiega Leoni, che ha già in arrivo nei prossimi giorni altre 75mila/80mila mascherine. “Ma se vengono requisite anche queste, io devo fermarmi, non posso più produrre, sennò mi rovino..”, aggiunge.

Il punto “non è se me le pagheranno o no, magari me le pagheranno, non so quanto e quando, ma non posso continuare a produrre se mi vengono requisiti i prodotti, perché devo pagare la materie prima che tutto il mondo cerca, in questi giorni, e bisogna pagare con soldi veri sennò nessuno te la fornisce”. Leoni e il socio ad oggi potrebbero fare ricorso al Tar: “Ma che senso ha? Magari tra sei mesi lo vinco e nel frattempo sono fallito. Spero proprio che la situazione si sblocchi, per il bene di tutti e perché ci sono tante aziende che hanno urgenza di aver mascherine per stare aperte, per farci mangiare, per i servizi essenziali, e senza quelle come fanno?”.