Alimenti, se manca in etichetta l’indicazione di origine c’è reato penale

Conservare la carne senza la tracciabilità, ovvero senza le informazioni sulla provenienza del prodotto, rappresenta, di per sé, un rischio per la salute e non serve quindi dimostrare un danno concreto al consumatore. Lo ha stabilito la Corte di Cassazione con la sentenza 50348/19 pubblicata dalla terza sezione penale che ha condannato a un ammenda di 6mila euro  un macellaio di Montopoli di Sabina, in provincia di Rieti, ritenendolo colpevole del reato di cui all’articolo 5 lettera b) della 283/62 perché “deteneva, per la vendita nel suo negozio, 18 chilogrammmi di salsiccia di cinghiale senza indicare la provenienza delle carni usate per la produzione”.

Secondo gli “ermellini” si è configurata una violazione dell’ordine alimentare che assicura al consumatore le garanzie igieniche e di conservazione che coinvolgono anche la tracciabilità di tale prodotto e tale violazione integra il reato in questione, visto che non è necessario un concreto danno alla salute.

Confermata quindi la sentenza del 12/12/2018 dei giudici territoriali del Tribunale di Rieti che aveva condannato il macellaio. La Cassazione ha ricordato che si tratta di un reato di danno: “È comunque necessario accertare che le modalità di conservazione siano in concreto idonee a determinare il pericolo di un danno o deterioramento delle sostanze escludendo, tuttavia, la necessità di analisi di laboratorio o perizie, ben potendo il giudice di merito considerare altri elementi di prova, come le testimonianze di soggetti addetti alla vigilanza, quando lo stato di cattiva conservazione sia palese e, pertanto, rilevabile da una semplice ispezione. Integra il reato di cui all’articolo 5, lettera b), della legge 30 aprile 1962, n. 283, la preparazione di alimenti in violazione delle disposizioni sulla tracciabilità della materia prima”. Nel caso esaminato, tramite i controlli dell’Asl, è emerso che la carne si trovava in celle frigorifere in buste senza etichette e informazioni.