Il boom indigesto delle nocciole italiane

Riserve idriche compromesse, alghe rosse, cianobatteri, acque non più potabili e suolo a rischio aridità: sono solo alcuni degli effetti dell’agricoltura intensiva che si è creata intorno alla coltivazione delle nocciole. È il boom indigesto delle nocciole, frutto del successo delle creme spalmabili italiane, Nutella in testa, protagoniste sul mercato ma anche sul territorio, in quest’ultimo caso con un’accoglienza tutt’altro che entusiasta da parte degli abitanti.

L’inchiesta integrale sui noccioleti italiani e sull’impatto che hanno sull’ambiente è pubblicata sul numero di dicembre del Salvagente, in edicola e disponibile in digitale qui

E così nei giorni in cui tutti i giornali celebrano il “tutto esaurito” dei Nutella bisquits, con toni che spesso sfiorano il messaggio pubblicitario, il Salvagente pubblica una luna e ampia inchiesta nel numero in edicola sul lato oscuro di questo successo, un servizio a firma Carolina Peciola e Rossella Cravero, su come l’agricoltura intensiva che sta comportando questa affermazione stia modificando l’ambiente del Lazio e conquistando Umbria e Toscana, preoccupando e provocando proteste nei residenti.

ALICE ROHRWACHER: “ARRICCHISCONO POCHI E MANGIANO IL TERRITORIO”

Tra le voci più critiche che abbiamo raccolto quella della regista Alice Rohrwacher, residente dell’altopiano dell’Alfina e figlia di un noto apicoltore del luogo, che ha scritto una lettera ai governatori delle tre Regioni interessate (Lazio, Toscana e Umbria) per chiedere se lo sviluppo dei noccioleti fosse qualcosa di cosciente o che invece le nostre Regioni stessero solo subendo. “Sono arrivata in ritardo sul problema – ha ammesso la regista – perché ho cominciato ad occuparmene solo quando me ne ha parlato Emanuele La Barbera. L’avevo sottovalutato, perché non riuscivo a capire dove fosse il problema nel piantare alberi, in una zona che è interessata da altre questioni serie per i residenti (geotermia, discariche, cave, impianti di bio masse). Poi mi sono informata, ho viaggiato nel territorio e ho scoperto che questa coltivazione impoverisce il territorio, lo mangia, arricchisce pochi ma impoverisce e uccide lo sviluppo di tanti”.

“L’avevo sottovalutato, perché non riuscivo a capire dove fosse il problema nel piantare alberi, in una zona che è interessata da altre questioni serie per i residenti (geotermia, discariche, cave, impianti di bio masse). Poi mi sono informata, ho viaggiato nel territorio e ho scoperto che questa coltivazione impoverisce il territorio, lo mangia, arricchisce pochi ma impoverisce e uccide lo sviluppo di tanti”

Alice Rohrwacher

Eppure “il Comune di Orvieto non ha preso ancora nessuna iniziativa, al contrario di alcuni comuni del Lazio, come quello di Montefiascone e Acquapendente, che hanno emesso specifiche ordinanze che responsabilizzano i coltivatori, obbligandoli e rendere conto sulle risorse utilizzate, soprattutto quelle idriche, e sulle tecniche di coltivazione”, afferma Gabriele Antoniella, laureato in Scienze forestali e residente nell’orvietano, che sta realizzando una mappatura dei terreni in base all’utilizzo del suolo con la Ripa, di cui è membro. “La prima cosa da fare è coinvolgere le persone che abitano questi luoghi, che sono le più coinvolte. Chi viene qui per acquistare terreni e destinarli alla monocoltura, dovrebbe prima confrontarsi con i residenti, così come accade in altri Stati europei come la Germania. La seconda cosa è quella di proteggere il territorio. Sviluppo vuol dire anche conservazione, non solo produzione. Ci sono terreni che non dovrebbero essere coltivati in modo intensivo, per preservare l’ambiente, le risorse idriche e il paesaggio, risorse uniche ed irripetibili del nostro territorio”.

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Ferrero non risponde, Loaker sì

Nel corso dell’inchiesta abbiamo interpellato le principali industrie dolciarie italiane che utilizzano nocciole per i loro prodotti, in merito ai loro progetti, gli obiettivi di sostenibilità ma l’unica ad averci risposto è stata la Loacker, che ha avviato il progetto “Noccioleti Italiani”, per l’impianto di nuovi noccioleti in tutta Italia. Il progetto per ora ha interessato Toscana, Veneto, Friuli Venezia Giulia e più recentemente Umbria e Marche. “Abbiamo un protocollo agronomico molto attento alla sostenibilità ambientale” afferma Felix Niedermayr, collaboratore del Centro di competenza agraria nella divisione Agricoltura e Trasformazione. E aggiunge: “Non consentiamo, infatti, l‘uso di erbicidi né per l’erba sottofila né per la spollonatura (il nocciolo è una coltura che naturalmente produce polloni). Per prevenire la comparsa di insetti dannosi, monitoriamo i nostri impianti con la tecnica frappage, un metodo di campionamento che ci permette di prevedere dei trattamenti solo se viene superata una certa soglia di infestazione. Inoltre proponiamo alle aziende del progetto di fare sovesci nelle interfile, così da aumentare la fertilità del terreno, la biodiversità e mantenere o migliorare l’habitat per gli insetti utili”. Nessuna linea di produzione biologica, non ancora. “Con il nostro protocollo lavoriamo però in modo sostenibile. Nelle nostre tenute, ad esempio, stiamo cercando soluzioni che ci permettano di ottenere in futuro risultati qualitativi elevati anche in regime di coltivazione biologica”.

Ferrero ha scelto di non risponderci. Dobbiamo accontentarci del comunicato di un anno fa con cui Hazelnut Company (divisione interna del gruppo Ferrero) ha lanciato il Progetto Nocciola Italia. L’obiettivo è raggiungere, entro il 2025, 20mila ettari di nuovi noccioleti in Italia (cioè il 30% in più della superficie attuale).

L’altro protagonista è Ferrero che ha scelto di non risponderci. Dobbiamo accontentarci del comunicato di un anno fa con cui Hazelnut Company (divisione interna del gruppo Ferrero) ha lanciato il Progetto Nocciola Italia. L’obiettivo è raggiungere, entro il 2025, 20mila ettari di nuovi noccioleti in Italia (cioè il 30% in più della superficie attuale). Fra le Regioni che hanno aderito, oltre al Lazio, anche Toscana, Umbria, Lombardia e Basilicata. Sono stati chiamati anche gli imprenditori agricoli di Abruzzo e Molise interessati a investire. Nei loro confronti la multinazionale della Nutella si è impegnata ad acquistare il 75% della produzione di nocciole.

IL CASO DEL LAGO DI VICO

A far paura a molti, quando si parla di noccioleti intensivi, è la sorte subita dal Lago di Vico, nel Lazio. Le analisi sulle acque del lago di Vico e del lago di Bolsena condotte dall’Arpa evidenziano nel triennio 2015-2017 uno stato ecologico “Sufficiente” (in una scala che prevede 5 classi di qualità: “elevato”, “buono”, “sufficiente”, “scarso” e “cattivo”), mentre risulta “buono” lo stato chimico, vale a dire che non sono state riscontrate concentrazioni al di sopra dei limiti di legge per i composti previsti dal DM 260/2010 e dal D. Lgs 172/2015. La direttiva acque 2000/60/CE imponeva di raggiungere o mantenere per le acque superficiali almeno il livello “buono”. Inoltre la stessa Arpa indica il Lago di Vico come soggetto a frequenti fioriture algali e segnala “… una presenza costante di cianobatteri…”. Questo fenomeno è tipico dei laghi tendenti all’eutrofizzazione ed è dovuto ad un eccesso di nutrienti (azoto e fosforo) che nel caso del lago di Vico è essenzialmente riconducibile alle attività agricole, poiché nel bacino non ci sono altre attività produttive e gli insediamenti sono scarsi.

l’esperienza del lago di Vico È “il frutto amaro dell’agricoltura intensiva, che trasforma la natura in una macchina produttrice. Questo lago era tutelato sulla carta dalla legge, ma l’agricoltura intensiva, in particolare quella dei noccioleti, è cresciuta in maniera esponenziale e non si è fatto nessun controllo delle sostanze usate”.

antonietta letta, medici per l’ambiente

Antonella Letta, di Medici per l’Ambiente, sostiene infatti che l’esperienza del lago di Vico sia “il frutto amaro dell’agricoltura intensiva, la quale trasforma la natura in una macchina produttrice. Questo lago era tutelato sulla carta dalla legge, ma l’agricoltura intensiva, in particolare quella dei noccioleti, è cresciuta in maniera esponenziale e non si è fatto nessun controllo delle sostanze usate. Il risultato è l’eutrofizzazione, cioè il lago si è arricchito di alcuni elementi, in particolare composti fosfati, azotati e pesticidi, alterandone l’equilibrio e determinando la proliferazione dell’alga rossa, un cianobatterio presente naturalmente nelle acque dei laghi, che però si è “ipernutrita” dei composti fosfati e azotati finiti nelle acque. L’alga rossa riduce l’ossigeno, provoca la produzione di schiume rosse (da cui il nome) e microcistine tossiche e cancerogene. Una catena che ha alterato gli equilibri del lago di Vico, pregiudicandone la salubrità delle acque. Allo stesso tempo sono state necessarie ordinanze dei comuni del viterbese di Caprarola e Ronciglione, nei pressi del lago, per la non potabilità delle acque. Lo stesso rischio lo corre anche il Lago di Bolsena, quando si impiantano noccioleti troppo vicini alle rive del lago oppure sfruttando l’acquifero in maniera eccessiva, non dando il tempo necessario alla riserva idrica di rigenerarsi”.