Nuovo schema Ponzi, nel mirino dell’Antitrust ancora una volta i siti di buy&share

L’Antitrust ha avviato tre nuovi procedimento nei confronti di altrettanti società per i sistemi di vendita che attuano. I siti Shoppati.it, Zuami.it e Girada.it erano già stati sanzionati ad aprile di quest’anno. In particolare, le condotte oggetto di indagine riguardano un’offerta commerciale di beni a prezzi particolarmente scontati alla quale non corrisponde l’acquisto del bene, ma una mera prenotazione: per acquisire il prodotto, infatti, il consumatore deve attendere che altri consumatori effettuino un analogo “acquisto”. Inoltre, l’ottenimento e la consegna del bene sono resi estremamente aleatori, non essendo noti i meccanismi di scorrimento della lista ed i tempi di attesa. L’Autorità contesta anche il mancato riconoscimento del diritto di recesso e il mancato rimborso di quanto originariamente versato.

Del nuovo schema Ponzi ci siamo occupati anche sul Salvagente (novembre 2018) spiegandone nei dettagli il funzionamento.

Acquista qui il numero di novembre 2018 del Salvagente con l’inchiesta sul buy and share

Un iPhone X 256 GB a 419 euro, contro i 1.359 di listino, è un boccone troppo ghiotto per farselo sfuggire. E così quattro studenti universitari decidono di mettere subito alla prova il proprio fiuto per gli affari e cogliere al volo l’offerta on line, anche sulla scia del successo di una loro collega, che con la cugina era riuscita a portare a casa ben due smartphone.
Sul sito www.tekkami.it scelgono il modello e poi vanno a leggere termini e condizioni di vendita. Scoprono che c’è una differenza tra acquisto immediato e prenotazione del prodotto. Addentrandosi nelle molteplici clausole capiscono che quello pubblicizzato è il prezzo prenotazione, con il quale ci si inserisce in un gruppo d’acquisto, di cui si conoscerà la lista solo dopo aver effettuato il relativo bonifico e la registrazione. Come recita l’esempio riassuntivo riportato sul sito, se si ha la pazienza di leggere fino alla fine, si scopre che su 9 utenti desiderosi di acquistare l’iPhone, 3 lo pagheranno al prezzo scontato reclamizzato, altri 6 lo pagheranno circa 1.000 euro: “Per noi questo è il punto di partenza del B&S 2.0”, recita Tekkami. E quello di Tekkami è solo uno dei tanti buy & share che si possono trovare in rete. Per i non addetti ai lavori, il B&S è l’evoluzione di uno dei più classici schemi Ponzi o piramidali.

La scalata sdrucciolevole

Ma che cos’è in pratica il sistema piramidale? Quello in cui i promotori invitano nuovi aderenti a versare delle somme di denaro iniziali a titolo di prenotazione, quota di accesso o acquisto, denaro che va ad arricchire le tasche dei promotori, mentre gli ultimi arrivati devono cercare continuamente ulteriori acquirenti.
Il buy & share è una pratica ammessa? La risposta non è così semplice. Com’è noto, la legge 173 del 2005 sanziona penalmente catene in cui c’è un incentivo economico a fronte di mero reclutamento, vendita o promozione di beni o servizi se questo è lo scopo primario della catena. Poi però, con il successivo decreto legislativo 146 del 2007 (art. 5) viene esclusa la rilevanza penale della condotta posta in essere nei rapporti di consumo tra professionista e consumatore, quale appunto è quella che si instaura tra i siti di B&S (in questo caso il professionista) e gli acquirenti. “Con questo decreto legislativo”, afferma l’avvocato Emmanuela Bertucci, consulente dell’associazione dei consumatori Aduc, da noi interpellata per dipanare la questione, “tali pratiche possono essere considerate commercialmente scorrette ma non anche reato”. L’articolo 23, comma 1, lettera p, del suddetto Dlgs recita infatti che “sono considerate in ogni caso ingannevoli le pratiche commerciali atte ad avviare, gestire o promuovere un sistema di promozione a carattere piramidale nel quale il consumatore fornisce un contributo in cambio della possibilità di ricevere un corrispettivo derivante principalmente dall’entrata di altri consumatori nel sistema piuttosto che dalla vendita o dal consumo di prodotti”. “In poche parole, – spiega l’avvocato – l’art. 5 del suddetto decreto afferma che non sono considerabili reato tali pratiche commerciali se sono inserite in un rapporto di consumo tra professionista e consumatore”.

Perché ci cascano in tanti?

Il sistema funziona all’inizio, ovvero in fase di reclutamento, in quanto c’è un flusso costante di nuovi acquirenti e quindi di denaro. I primi acquirenti riescono veramente ad accaparrarsi il prodotto al prezzo scontatissimo, ma quando il flusso rallenta, gli ultimi non hanno più nessuno su cui “scaricare” parte del prezzo di acquisto reale e quindi o continuano ad aspettare oppure rinunciano, perdendo quanto già versato, o acquistando a prezzo pieno. “Ciò su cui bisogna stare molto attenti è il diritto di recesso – spiega ancora l’avvocato Bertucci – È su questo aspetto che, come Aduc, abbiamo presentato i nostri esposti. Queste società tendono a scorporare artificiosamente il diritto di recesso, dividendolo in una fase iniziale, quando si effettua il pagamento con 14 giorni a disposizione per rinunciare, e in una fase successiva, quando si entra in possesso dell’oggetto”. In un normale rapporto contrattuale, la fase dell’acquisto e della disponibilità dell’oggetto sono ravvicinati, quasi equivalenti, e il diritto di recesso può essere esercitato in qualsiasi momento fino a 14 giorni dopo la consegna del bene. In questo tipo di vendita invece, non si sa quando si avvererà la disponibilità del bene, perché non si conosce il momento in cui la lista di prenotazione sarà completa. “Superati i quattordici giorni dal pagamento quindi – prosegue Bertucci – il cliente può trovarsi ad essere ancora in attesa e non avere più il diritto di recesso. A questo punto deve aspettare all’infinito oppure pagare il prezzo pieno che il sito indica, e che solitamente è maggiorato rispetto al mercato”. Va chiarito che, se si completa l’acquisto e poi si vuole recedere all’arrivo della merce, ci si vedrà restituire solo l’80%, come previsto dalle clausole che si sono accettate. “Tutto ciò a mio avviso è totalmente fuori dal codice del consumo – aggiunge il legale – e accolla il rischio totale di impresa al consumatore. Non ci sarà mai un momento in cui il venditore ha una perdita, che verrà sempre finanziata dai vari acquirenti”.
Ma la colpa è anche dei consumatori. E non solo perché sono incauti o ingenui, ma perché essi stessi sfruttano questo sistema per facili guadagni. Molti infatti, acquistano i prodotti scontati con l’intenzione di rivenderli. Altri, non solo non denunciano, ma non pubblicano recensioni negative di questi siti, altrimenti non si accoderebbero nuovi clienti, a loro necessari per potersi accaparrare il prodotto al prezzo scontato.
Lo stesso legale fa notare come, per la prima volta, si sia trovata “ad avere contro gli stessi consumatori, perché nel momento in cui si opera all’interno di un meccanismo piramidale, l’interesse del singolo è tirarsi fuori, facendo entrare altri, e tutto questo spiega anche il perché di tanti commenti positivi sui siti da parte dei consumatori”.