Biossido di titanio in nanoparticelle, ecco perchè le aziende non devono indicarlo in etichetta

Nell’ultimo test di copertina del nostro mensile abbiamo portato in laboratorio 12 prodotti che indicavano in etichetta la presenza di biossido di titanio, l’additivo largamente utilizzato su cui pesano sospetti di essere un potenziale cancerogeno. L’obiettivo delle nostre analisi era quello di verificare se l’E171 fosse presente nei prodotti anche in dimensione nano, in questo caso i rischi del suo ingerimento sono maggiori dal momento che le dimensioni nano dell’additivo fanno in modo che questo possa raggiungere tutti gli organi del nostro corpo arrivando a modificare addirittura il Dna.

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Nella lista dei prodotti che abbiamo portato in laboratorio ci sono i confetti al cioccolato M&M’s e gli Skittles, la caramelle Dolciaria Cadneo e quelle Black Cat Mania; i bastoncini alla liquirizia di Tiger; i concetti Bauli ai 5 cereali, i confetti Crispo, le gomme da masticare Freedent, Hall’s e Vivident e i farmaci Buscopan e Efferalgan.

Le nostre analisi non hanno confermato la presenza di biossido di titanio in tutti i prodotti (nonostante fosse indicato in etichetta) ma laddove la presenza è stata confermata, l’additivo è stati trovato anche in dimensione nano: questa informazione, tuttavia, mancava in etichetta. Le aziende alimentari che abbiamo contattato ci hanno spiegato che non sono obbligate a indicare in etichetta la dimensione delle particelle dell’additivo, fornendoci, tuttavia, delle spiegazioni diverse.

Abbiamo chiesto spiegazioni a Paola Pittia, docente di Scienze e tecnologie alimentari della Facoltà di Bioscienze e delegato all’Internazionalizzazione e ai programmi di studio congiunti dell’Università di Teramo: “Il biossido di titanio è un colorante usato largamente per conferire un effetto opaco e un fondo di colore bianco, usato in pasticceria, confetteria, panetteria e salse. In genere esso nelle applicazioni “food” non è considerato un nanomateriale dalla vigente “raccomandazione della Commissione europea per la definizione di nanomateriale”, potendo contenere fino al 3,2% del suo peso in nanoparticelle (di dimensioni inferiori a 100 nanometri)”.

La professoressa aggiunge che: “La Raccomandazione della Commissione 2011/696/UE indica che affinchè un composto possa essere considerato nanomateriale, deve contenere almeno il 50% di nanoparticelle, con una o più dimensioni comprese tra 1 e 100 nm (100 nanometri equivalgono a 0,0001 mm)”.

Quindi – conclude – se da un lato non vi sono limiti specifici alla dimensione delle particelle di biossido di titanio utilizzato come additivo alimentare, è probabile che attualmente esso sia costituito principalmente da granuli più grandi, con un contenuto limitato di nanoparticelle. In alternativa, come qualsiasi nanomateriale anche nel settore food dovrebbe essere dichiarato in etichetta in base alla normativa vigente.

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Nel nostro campione comparivano anche due farmaci: anche per loro la stessa mancanza. L’Aifa ci ha spiegato che le farmaceutiche sono tenute ad “indicare sul confezionamento secondario dei medicinali la composizione qualitativa dei soli eccipienti con effetti noti mentre nel foglio illustrativo deve essere invece riportata sempre la composizione qualitativa di tutti  gli eccipienti e per quelli ad effetto noto, in alcuni casi particolari, anche la composizione quantitativa”. La norma – ci fanno sapere – non prevede dunque l’inserimento sull’etichetta di informazioni riguardanti le dimensioni particellari utilizzate.

L’Agenzia conclude specificando che “nel caso specifico del biossido di titanio tale eccipiente non è inserito all’interno della lista degli eccipienti ad effetto noto,  per i quali è prevista una particolare avvertenza,  pertanto l’Azienda è tenuta ad indicarne esclusivamente la presenza nel rispetto della norma sopra citata”.