Inquiniamoli a casa loro. Il traffico sporco di rifiuti elettronici

Il vecchio lettore mp3, il telefonino con lo schermo rotto, il frigorifero che non funziona più o il computer dismesso. Ma anche le lampadine cambiate in salotto o la televisione. Quando parliamo di rifiuti e di raccolta differenziata facciamo ancora fatica ad associare il concetto agli strumenti elettronici che buttiamo o dismettiamo ormai quasi ogni giorno. Eppure quello dei Raee, i Rifiuti di apparecchiature elettriche ed elettroniche, è un settore in costante crescita in tutto il mondo che porta con sé grandi problemi di smaltimento di sostanze altamente inquinanti per l’ambiente, materiali non biodegradibili e un mercato ricchissimo. Legale in primis, legato soprattutto al riciclo, ma anche illegale.
Per comprendere il fenomeno bisogna innanzitutto partire dai numeri: secondo il rapporto delle Nazioni Unite “The Global E Waste Monitor” nel 2016 sul pianeta si sono prodotti i 44,7 milioni di tonnellate di rifiuti elettronici, 6,1 chilogrammi per abitante della terra all’anno contro i 5,8 chilogrammi del 2015. Impressionante la stima dei curatori del rapporto secondo i quali, cumulati, tutti i Raee prodotti nel 2016 permetterebbero l’innalzamento di 4.500 Torri Eiffel. Una quantità che peraltro è destinata ad aumentare, secondo i calcoli delle Nazioni Unite, raggiungendo i 52,2 milioni di tonnellate annui, pari a 6,8 chilogrammi a persona, entro il 2021.

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Pattumiera nera

Poi c’è un altro numero che spiega perché sul trattamento, commercio e smaltimento dei Raee, come ogni volta che si parla di rifiuti, sia cresciuto un mercato ricchissimo. Il numero è 500, cinquecento dollari, ed è il valore secondo i calcoli dell’Interpol di una tonnellata di rifiuti elettrici ed elettronici. Un dato che permette alle Nazioni Unite di stimare in circa 19 miliardi il valore del business mondiale legato ai Raee. Di questi, secondo il rapporto 2015 “Waste Crimes, Waste Risks: Gaps and Challenges In the Waste Sector” del Programma delle Nazioni Unite per l’ambiente (Unep), fino al 90% è commerciato o scambiato illegalmente. Secondo i curatori del rapporto l’Africa e l’Asia sono destinazioni chiave per le spedizioni su larga scala di rifiuti pericolosi. Nel continente, Ghana e la Nigeria sono tra i maggiori destinatari anche se grandi quantità di rifiuti elettronici sono esportate illegalmente anche in Costa d’Avorio e nella Repubblica del Congo. In Asia, sono soprattutto Cina, Hong Kong, Pakistan, India, Bangladesh e Vietnam le mete dei maggiori traffici illegali di rifiuti elettronici.
Tutto questo nonostante la Convenzione di Basilea sul controllo dei movimenti transfrontalieri dei rifiuti pericolosi e del loro smaltimento sia stata firmata nel 1989 (è entrata in vigore nel 1992) proprio con l’obiettivo di impedire il trasferimento di rifiuti pericolosi dai paesi sviluppati appartenenti all’Ocse a quelli in via di sviluppo.

L’esportazione oscena

Ad inizio febbraio, dopo un lavoro durato due anni, l’organizzazione non governativa Basel Action Network (Ban) con sede a Seattle ha diffuso un rapporto intitolato “Buchi nell’economia circolare” provando a monitorare il traffico illegale di rifiuti elettronici esportati dall’Europa attraverso l’uso di localizzatori Gps nascosti all’interno di strumentazioni smaltite in dieci paesi europei. E il risultato, purtroppo, è una conferma: il 6% delle attrezzature monitorate (19), infatti, è stato esportato in maniera molto probabilmente illegale al di fuori dell’Unione europea verso Ghana, Hong Kong, Nigeria, Pakistan, Tanzania, Thailandia e Ucraina.
Secondo i curatori del rapporto il dato, se proporzionato alla produzione continentale, indica che ogni anno 352.474 tonnellate di rifiuti elettronici si muovono dall’Europa verso paesi in via di sviluppo. Una quantità che potrebbe riempire 17.466 container di grandi dimensioni che, caricati su camion, comporrebbero una fila lunga 401 chilometri. “Tutto questo – commenta Jim Puckett, direttore di Basel Action Network – nonostante le rassicurazioni dell’Unione europea sugli sforzi fatti per mettere in atto una vera economia circolare”.

Dall’Italia all’Africa

Fra i dieci paesi oggetto del report di Ban anche l’Italia dove, in collaborazione con Greenpeace, l’organizzazione non governativa ha depositato in ecocentri, centri di raccolta e isole ecologiche delle province di Bologna, Milano, Roma, Venezia e Napoli stampanti, schermi Lcd, vecchi monitor Crt e computer desktop resi non funzionanti ma contenenti un localizzatore Gps.
Delle cinquanta strumentazioni utilizzate per il rapporto, alcune delle quali abbandonate in strada, due sono state esportate nei mesi successivi lasciando l’Italia per approdare in Africa, uno in Nigeria e l’altro in Ghana. Il 10 maggio 2017, infatti, un computer desktop è stato depositato all’Ecocentro Pianiga, a Mellaredo di Pianiga in provincia di Venezia, gestito dalla multiutility pubblica Veritas. Di proprietà di 44 Comuni appartenenti al territorio metropolitano di Venezia (il principale azionista è quello del capoluogo con il 50,9% delle quote seguito da quelli di Chioggia con l’8,2%, Mira e Jesolo rispettivamente con il 4,53% e il 4,50%), la società si occupa fra l’altro della gestione del ciclo integrale dei rifiuti nei 45 Comuni nell’area del bacino territoriale Venezia e della gestione del servizio idrico integrato nei 36 municipi dell’intero ambito territoriale ottimale Laguna di Venezia. Veritas, inoltre, gestisce l’igiene urbana, il servizio idrico integrato, alcuni servizi urbani collettivi e la produzione di energia da fonti rinnovabili nei comuni della città metropolitana di Venezia e in sette comuni della provincia di Treviso. Già due giorni dopo il conferimento, il 12 maggio, il tracker inserito all’interno del desktop segnalava che il dispositivo si trovava in una zona a circa dieci chilometri dall’Ecocentro, in località Mejaniga. Sei giorni più tardi, è il 18 maggio, un secondo spostamento in una zona distante circa un chilometro sempre nell’area di Mejaniga. In entrambe le zone, secondo quanto ricostruito attraverso l’attività investigativa condotta da Greenpeace, è stato possibile individuare tanto piccoli depositi improvvisati di materiale elettrico quanto automezzi furgonati utilizzati per il trasporto di apparecchiature elettroniche usate. Quella di Mejaniga, però, è l’ultima segnalazione del localizzatore prima di un lungo silenzio, interrotto soltanto il 14 luglio da un mercato della periferia di Lagos, in Nigeria. Quattro giorni più tardi il desktop, probabilmente venduto, si è spostato in una zona residenziale in periferia della capitale nigeriana da dove ha mandato l’ultimo segnale.
Impossibile sapere come il computer sia uscito dall’Ecocentro di Pianiga e come sia arrivato in Nigeria, ma di certo il percorso compiuto dal desktop depositato da Greenpeace non deve essere molto diverso da quello capitato ad altri apparecchi elettrici ed elettronici sulla cui esportazione stanno lavorando gli uomini del Noe veneto che ipotizzano l’esistenza di un organizzazione in grado di acquistare Raee ricettando il provento di piccoli furti compiuti per lo più da elementi che agiscono in proprio e quindi non “organici” alla rete. Le indagini, inoltre, non escludono che in alcuni casi i furti possano essere stati perpetrati con la connivenza di qualcuno che lavori all’interno dei centri di conferimento. Secondo gli inquirenti, poi, l’organizzazione con base in Veneto organizzerebbe anche il trasferimento verso l’Africa con container in partenza dal porto di Genova. Quello del capoluogo ligure, infatti, sembra essere il maggior centro italiano di transito dei traffici di rifiuti elettronici: secondo l’Agenzia delle Dogane, infatti, negli uffici genovesi è stato sequestrato il 50% di tutti i rifiuti elettronici bloccati dalle autorità portuali di tutta Italia nei primi sei mesi del 2018. Di sicuro, come spiegato ufficialmente da Veritas, i lavoratori dell’Ecocentro Pianiga non hanno rilevato alcun furto nella notte fra il 10 e l’11 maggio del 2017 né in quelle immediatamente successive. “Talvolta – prosegue Veritas – avvengono ingressi notturni negli ecocentri, che non sono strutture sorvegliate h24. Non sempre siamo in grado di sapere cosa viene asportato nel corso di questi ingressi notturni”.
“Negli orari di apertura – spiega ancora la multiutility – gli accessi sono registrati con trascrizione in un apposito registro del nome dell’utente e del tipo di materiale conferito. Veritas presenta denuncia ai carabinieri quando si riesce ad appurare che è stato compiuto un furto”. Per prassi però, come è stato spiegato da fonti confidenziali interne all’azienda, Veritas non è solita avvertire le autorità di eventuali accessi non autorizzati nei propri ecocentri (che sono comunque videosorvegliati) se non quando è possibile stabilire con certezza cosa sia stato sottratto.

Il viaggio dello schermo

La seconda strumentazione depositata da Greenpeace – nell’ambito del lavoro di inchiesta condotto in collaborazione con Ban e poi finita in Africa dopo essere stata esportata illegalmente – era invece uno schermo Lcd abbandonato in strada a Cesano Boscone, in provincia di Milano, la mattina del 9 maggio 2017.
Per i successivi nove mesi il dispositivo ha continuato ad inviare la propria posizione segnalando spostamenti in una ristretta area fra Cesano Boscone, Corsico e il quartiere degli Olmi di Milano. Ultima posizione rilevata sul territorio italiano il 22 febbraio 2018, poi un lungo silenzio fino al 12 aprile quando lo schermo Lcd ha segnalato la propria posizione ad Accra, capitale del Ghana, dove un collaboratore di Ban ha potuto rintracciarlo sui banchi di un mercato nel sobborgo di Israel. Il dispositivo, identificato grazie al numero di serie, era in vendita per 25 dollari e successivamente, forse dopo l’acquisto, il 27 aprile ha inviato la sua ultima posizione da una zona residenziale di Kumasi, seconda città del Ghana distante circa 250 chilometri dalla Capitale.