Il bluff dell’etichetta di origine obbligatoria per tutti gli alimenti

Ne eravamo rimasti affascinati anche noi. Del resto anche una nota stampa del ministro delle Politiche agricole Gian Marco Centinaio non lasciava dubbi: “Obbligo etichettatura per tutti i prodotti alimentari, Centinaio: “Vince il made in Italy. Più tutele per i produttori onesti e i consumatori”. Un emendamento approvato al dl Semplificazioni, convertito definitivamente in legge ieri 7 febbraio (qui il testo completo), contiene all’articolo 3bis. “Disposizioni in materia di etichettatura” una serie di novità che riguardano l’indicazione di origine delle materie prime degli alimenti confezionati. Una bella promessa, difesa da Coldiretti e dalle associazioni di categoria come Federalimentare e Filiera Italia, che però rischia di restare sulla carta, di trasformarsi in un bluff visto la farraginosità dell’impianto giuridico che la sorregge.

Cosa prevede l’articolo 3 bis

Oggi, anche grazie ai decreti “origine” nazionali, la provenienza geografica in etichetta è obbligatoria per carne di pollo e di suino, carne bovina, frutta e verdura fresche, uova, miele, olio extravergine di oliva, pesce e da poco anche su derivati del pomodoro e sughi pronti, latte, formaggi, burro, pasta e riso. Ora stando alle promesse l’obbligo sarà esteso a tutti i cibi. Ne siamo sicuri? Conviene leggere l’articolo approvato:

Con un apposito decreto “sono individuate le categorie specifiche di alimenti per le quali è stabilito l’obbligo dell’indicazione del luogo di provenienza. Il ministero delle Politiche agricole alimentari, forestali e del turismo, in collaborazione con l’Istituto diservizi per il mercato agricolo alimentare (Ismea), assicura la realizzazione di appositi studi diretti a individuare la presenza di un nesso comprovato tra talune qualità degli alimenti e la relativa provenienza nonché a valutare in quale misura sia percepita come significativa l’indicazione relativa al luogo di provenienza e quando la sua omissione sia riconosciuta ingannevole. I risultati delle consultazioni effettuate e degli studi eseguiti sono resi pubblici e trasmessi alla Commissione europea congiuntamente alla notifica del decreto”.

Dunque a conti fatti:serve un nuovo decreto per stabilire quali categorie alimentari saranno interessati; poi studi ad hoc per comprovare il legame tra qualità degli alimenti e la relativa provenienza e poi l’ok da Bruxelles. Altro che automatismo, l’iter per arrivare a rendere obbligatoria l’origine è molto più complicato.

Le nuove regole europee scattano ad aprile 2020

Nel frattempo però le cose per l’etichettatura cambieranno: nell’aprile 2020 le nuove norme europee rischiano vanificare il tutto.

Cosa prevederà la normativa di derivazione comunitaria? Il regolamento esecutivo (che richiama l’attuazione dell’articolo 26 del Regolamento 1169/2011)  prevede che i produttori saranno obbligati a fornire in etichetta le informazioni sull’origine, solo quando il luogo di provenienza dell’alimento è indicato – o anche semplicemente evocato – in etichetta e non è lo stesso di quello del suo ingrediente primario. Ad esempio: se un pacco di pasta lavorata in Italia riporta il tricolore dovrà indicare se l’origine del grano è estera, se cioè “l’ingrediente prevalente”  proviene da altro paese. Così come un salume dovrà specificare l’origine della carne suina proviene dalla Germania o dalla Polonia e sulla confezione si fa riferimento con “segni, simboli” all’italianità del prodotto. Di sicuro un passo indietro per le normative italiane appena approvate su pasta, riso, latte (come prodotto e come ingrediente) e prodotti del pomodoro: oggi ad esempio su una confezione di spaghetti è sempre obbligatorio inserire l’indicazione della provenienza del grano, a prescindere se sul campo visuale principale dell’etichetta venga o meno indicato o evocato un paese.

Senza dubbio un passo indietro rispetto ai decreti “origine” italiani ma perché illudere i consumatori con provvedimenti che rischiano di essere nati già morti.