Bacche di goji, il superfood ricco di nutrienti e…di pesticidi

Le bacche di goji sono conosciute perché ricche di nutrienti tanto da meritarsi l’appellativo “superfood”. Eppure non tutti sanno che possono essere anche un bel covo di pesticidi. E’q punto ha scoperto la rivista belga Test Achats che ha portato in laboratorio 15 campioni di bacchi do goji che siamo soliti trovare in vendita sia in bustine singole che nei mix di frutta secca che nelle insalate pronte. Le analisi hanno riscontrato la presenza di pesticidi in 10 prodotti tra questi anche qualche referenza biologica. Alcuni dei prodotti testati in Belgio sono in vendita anche nel nostro paese. Qui tutti i risultati

Alcuni risultati delle analisi, li riportiamo di seguito mentre per la tabella completa vi rimandiamo al mensile belga

  • Biotona (etichetta organica, nessun residuo rilevato)
  • Céréal by nature (etichetta organica, 8 residui rilevati che superano l’LMR – il lotto è stato ritirato dal mercato)
  • Goji Bessen chez Lidl (un residuo rilevato, senza eccedere l’LMR)
  • I love Nuts & Fruits chez Carrefour (8 residui rilevati, senza superare l’MRL)
  • Linwoods (14 residui rilevati, senza eccedere l’LMR)
  • Maison Roucadil, Bio source (etichetta biologica, nessun residuo rilevato)
  • Nu3 (etichetta organica, 5 residui trovati, senza eccedere l’LMR)

Non una novità per questo alimento che, come sottolineano i nostri colleghi belgi, sono spesso oggetto di segnalazione al Rasff, il sistema di allerta Ue, per l’eccessivo contenuto di residui di pesticidi: negli ultimi due anni si contano almeno 20 alert.

La maggior parte delle bacche di goji in vendita nell’Unione europea non sono di provenienza comunitaria: vengono importate dal loro paese d’origine, la Cina. Questo non sarebbe un problema se l’uso di prodotti fitosanitari fosse rigoroso in tutti i paesi produttori. Nel 2016, l’Autorità europea per la sicurezza alimentare ha osservato che il Regno di Mezzo è uno dei paesi che supera di più le soglie dei residui di antiparassitari regolatori. Secondo la stessa relazione, il 3,8% dei prodotti dell’Ue supera questo limite regolamentare, rispetto al 7,2% di quelli importati da altri paesi.