Costa pubblica affari privati, come la sabbia si trasforma in oro

Costa pubblica, affari privati: l’inchiesta del Salvagente sul numero di luglio fa il punto su un settore oscuro, dove i consumatori pagano tanto e i gestori guadagnano a spese dello Stato. La trovate qui

L’oro sarà anche di tutti, ma gli affari veri li fanno soltanto i privati. Che si tratti di stabilimenti balneari o di ristoranti e bar sulla spiaggia, il ritornello è sempre lo stesso da decenni: una concessione è per sempre, costa poco e rende moltissimo. Non per lo Stato, però, che dalle circa 28mila concessioni demaniali sulle coste italiane, 12mila delle quali per stabilimenti balneari, incassa ogni anno poco più di 100 milioni di euro (103 milioni e poco più nel 2016). Una cifra ridicola considerato che il volume d’affari del settore, secondo alcune stime, si aggira fra i 10 e 15 miliardi di euro.
La spiegazione di questa annosa sperequazione è presto detta considerando che, come calcolò a spanne l’ex ministro dello Sviluppo Economico Carlo Calenda, per una spiaggia in concessione si paga “meno di quanto paga un ambulante per un banchetto 5×3”. Perché secondo quanto è possibile ricostruire in una babele burocratica di complicata lettura e di competenze incrociate e confuse fra Agenzia del Demanio e ministero dei Trasporti, il costo medio di una concessione balneare è di circa 4.200 euro all’anno, circa 6 euro all’anno per ogni metro quadrato di litorale.
“Nemmeno il Demanio conosce la superficie che occupano questi stabilimenti”, accusa Angelo Bonelli, segretario dei Verdi e responsabile del dossier “Spiaggiopoli, il mare in gabbia”. “Facendo un calcolo deduttivo prudenziale – prosegue – si può stimare una superficie di circa 2mila ettari e uno stabilimento ogni 400 metri di costa balneabile”. Eppure, nonostante decenni di proteste da parte delle associazioni dei consumatori, nonostante innumerevoli tentativi di mettere mano alla materia per un riordino complessivo sulle regole e i parametri con cui si calcolano i canoni, nonostante persino l’Europa abbia più volte bacchettato l’Italia per un sistema opaco, totalmente chiuso alla concorrenza e in contrasto con le normative comunitarie, lo scandalo delle concessioni demaniali a prezzi stracciati è ancora lì, intoccabile e immutato.
Nel frattempo, però, i balneari continuano a fare affari con la voglia di mare degli italiani, il 30% dei quali sceglie per le proprie vacanze proprio le spiagge attrezzate. E non c’è bisogno di frequentare lidi esclusivi come il Twiga di Marina di Pietrasanta dove un gazebo “Presidential” costa mille euro al giorno o l’Hotel Excelsior di Venezia dove una capanna in zona centrale costa 410 euro al giorno; godersi una spiaggia attrezzata ha comunque un peso per tutte le tasche. Secondo gli ultimi dati di Federconsumatori, infatti, il noleggio giornaliero di un ombrellone costa 11 euro e la sdraio 5 euro. E la cabina si affitta a 18 euro. L’abbonamento mensile (1 ombrellone 1 sdraio 1 lettino) secondo Federconsumatori quest’anno costa mediamente 575 euro (-2% rispetto allo scorso anno), mentre per l’abbonamento giornaliero servono 24 euro. In crescita invece il prezzo dell’abbonamento stagionale che quest’anno costa in media 1.368 euro, 5% in più rispetto al 2017. Per affittare una cabina per l’intera stagione, invece, servono fra i 1.500 e i 3.000 euro.
Fatti rapidamente i conti, allora, bastano due o tre cabine al massimo ai titolari degli stabilimenti balneari per coprire il costo annuale della concessione. Sempre che sia adeguatamente corrisposto, però. Soltanto un mese fa, infatti, la guardia di finanza del Comando provinciale di Cosenza ha eseguito controlli in 52 attività imprenditoriali che gestiscono lidi balneari in concessione riscontrando il mancato pagamento di oltre 2,2 milioni di euro di canoni. Ma quello dell’evasione fiscale è un problema che riguarda l’intero settore della balneazione e della attività ad esso connesse (come ad esempio parcheggi o ingressi in piscina) per cui fino al 2011 non era previsto per legge l’obbligo del rilascio del documento fiscale. Ed infatti era proprio l’Agenzia del Demanio a quantificare in una cifra vicina al 50% l’evasione fiscale intorno agli stabilimenti balneari.