Olio, è boom di extravergine 100% Italiano, ma come si riconosce?

La presenza sugli scaffali dei supermercati di olio extravergine 100% Italiano in dieci anni è letteralmente raddopiata: secondo gli ultimi dati Ismea presentati al Sol&Agrifood di Verona è passata dal 13% al 26%. Dal 2008 ad oggi è cambiato molto lo spazio a disposizione dei diversi oli nella Gdo: si è ridotto quello dedicato all’olio di oliva (dall’1,7% del 2008 allo 0,5% del 2017 sul lineare), ed è aumentato quello dedicato all’olio EVO 100% italiano (dal 13,3% al 26,6%) e a quello Dop-Igp (dal 10,6% al 12,9%).

Sceglie chi legge (e capisce) l’etichetta

“Mediamente il consumatore passa più tempo di prima a scegliere l’olio di oliva da portare a tavola  e a leggere l’etichetta delle bottiglie, ma questo non sempre si riflette sulle abitudini di acquisto, rilevando un certo gap di conoscenza” ha dichiarato Raffaele Borriello, direttore generale dell’Ismea. In effetti, chi legge l’etichetta – si evince dalle analisi Ismea – è anche pronto a spendere di più: 8,2 euro a fronte di 4,2 euro per una bottiglia. In generale il consumatore, abituato a un “gusto piatto”, ha ancora poca dimestichezza con le caratteristiche organolettiche molto diverse della grande varietà degli oli italiani. Inoltre, considerata la forte pressione promozionale della Gdo sulla categoria, la percezione del reale valore del prodotto è completamente alterata e va ricostruita anche con azioni di informazione e di comunicazione.

Quando è davvero 100% Italiano

Per poter essere etichettato come 100% Italiano un extravergine deve essere ottenuto da sole olive coltivate e frante in Italia (o nel ristretto territorio della Denominazione nel caso si tratti di un Dop).  L’olio extravergine e tra i pochi cibi per i quali è obbligatorio indicare il paese di origine. Ad essere onesti viene indicata l’origine comunitaria (o meno) della miscela ma non il paese o i paesi di produzione. Così possiamo leggere: “miscele di oli di oliva comunitari” ma non sappiamo se vengono dall’Italia, dalla Grecia, dalla Spagna o magari solo da due di questi paesi; “miscele di oli di oliva non comunitari” senza dover specificare da dove; o infine “miscele di oli di oliva comunitari e non comunitari” ancora meno preciso. Solo quando le olive sono raccolte e molite in Italia un extravergine può essere etichettato come “100% italiano” o “italiano”. In questo caso ricordiamo il prodotto deve rispettare un parametro sugli alchil esteri più stringente e ci sarà l’obbligo di indicare la campagna di produzione.

Come scegliere il made in Italy più “fresco”

L’Evo ha un termine minimo di conservazione di 18 mesi ma fa riferimento all’imbottigliamento e non all’età vera della materia prima. La legge Salva Olio (9/2013) promossa dall’onorevole Colomba Mongiello aveva previsto un termine più stringente: per essere etichettato come “100% italiano” un olio poteva essere consumato al massimo entro 18 mesi dall’imbottigliamento. Tuttavia, cedendo al diktat della Ue, con legge di Delegazione europea 2016 approvata dal Parlamento l’Italia ha rinunciato al termine minimo dei 18 mesi. Dunque avremo sempre un “da consumare preferibilmente entro il…” ma non potremmo risalire più alla data di imbottigliamento.

Il legislatore ha provato a mettere una toppa: un extravergine italiano potrà indicare la campagna olearia in etichetta. Così se oggi acquistiamo un 100% italiano che riporta in etichetta “campagna di produzione 2017-2018” significa che è un prodotto “fresco”. Se non c’è significa due cose: che non è ottenuto interamente con olive dell’annata “nuova” e che quindi è miscelato oppure che è un prodotto datato ottenuto magari con olive di un’annata passata. Di sicuro è più vecchio di uno 100% Italiano che dichiara la campagna olearia 2017/2018.