Amazon, più che dei braccialetti del futuro preoccupiamoci delle condizioni di lavoro attuali

Amazon di nuovo nella tempesta per il braccialetto elettronico appena brevettato che servirebbe – questo è quanto è finito su tutti i giornali – per controllare i lavoratori. Un caso che ha smosso i commenti indignati del presidente del consiglio Gentiloni, dei tre segretari confederali, dei presidenti di Camera e Senato…

In realtà la richiesta di brevetto è di due anni fa e solo nei giorni scorsi è stata definita dagli uffici americani e difficilmente potrebbe essere applicata, non certo in Italia.

Questo non significa che i problemi del colosso di Bezos siano inesistenti, come ha dimostrato l’inchiesta del Salvagente di gennaio firmata da Massimo Solani. Vogliamo ripubblicare due casi, documentati nel nostro servizio che da soli possono dare l’idea delle condizioni di lavoro che Amazon pratica nel nostro paese.

“Tre anni a scaricare pacchi come un robot”

“Ho passato tre anni della mia vita a scaricare pacchi da un nastro trasportatore. Ogni giorno gli stessi gesti: ero un robot”. Stefano Innocenzio ha 47 anni e lavora nell’“astronave” di Castel San Giovanni dal settembre 2013. Ora si occupa del parco macchine dello stabilimento di Amazon ma quando era all’Inbound quelle cassette gialle che corrono dal nastro agli scaffali le sognava anche di notte. “Sollevavo fra i 650 e i mille pacchi al giorno, 5 giorni a settimana salvo week end obbligati, 8 ore al giorno. Pacchi che pesavano un chilo oppure venti, senza potermi fermare o rallentare perché altrimenti si paralizzava tutta l’attività di stoccaggio. Nei primi 6 mesi ho perso 20 chili, mia moglie non mi riconosceva più”.
Gli effetti della fatica hanno cominciato a farsi sentire. “Avevo dolori terribili alla schiena: ho 5 ernie al disco ma inutile farlo presente in azienda. Amazon parla di ‘job protection’: chi fa il lavoro più pesante lo alterna con turni di mansioni più leggere. Ma a pochissimi è data questa possibilità. Nonostante tutto il problema maggiore non era neanche la fatica fisica. La cosa peggiore era la ripetitività, quel continuo rifare gli stessi gesti ogni 20, 30 secondi. Un meccanismo alienante”.

Un incidente di lavoro e scatta il licenziamento

Tra le tante storie che si possono raccontare nell’hub emiliano di Amazon ci sono anche le piccole storie di grandi ingiustizie. Come quella di una donna di 47 anni a cui a fine novembre il giudice del lavoro di Milano ha riaperto i cancelli dello stabilimento di Castel San Giovanni che Amazon le aveva chiuso in faccia lo scorso marzo. Licenziata in tronco a mezzo raccomandata per aver superato il periodo massimo di malattia per infortunio.
“Venne da noi in lacrime – raccontano alla Filcams Cgil di Piacenza – voleva andare a chiedere spiegazioni ad Amazon per la lettera di licenziamento ma arrivata ai tornelli il suo badge non funzionava più. Ha suonato al citofono, e anche qui nessuna risposta”.
La donna era caduta durante un turno di lavoro e si era fratturata il dito di una mano e al termine del periodo di malattia era tornata in azienda chiedendo inutilmente di essere assegnata a un impiego fisicamente meno stressante per le sue condizioni. Dopo un paio di settimane, infatti, il dolore si era riacutizzato e la donna era stata costretta a restare di nuovo a casa. E così fino al giorno del licenziamento poi annullato dalla sentenza del giudice del lavoro.