Olio di palma, Ferrero è l’ultimo giapponese rimasto nella foresta?

Ferrero è l’ultimo giapponese che resiste nella foresta – in questo caso – indonesiana. È l’unica azienda, infatti, che non ha rinunciato all’olio di palma. Anzi che continua a decantarne le qualità a suon di spot. Il suo prodotto di punta, la Nutella, è un mix di olio di palma e zucchero e non c’è verso di convincere l’azienda di Alba a cambiare rotta. “Non lo facciamo per una questione economica” fanno sapere i suoi manager “ma sappiamo che senza quell’ingrediente così versatile la crema non sarebbe la stessa”.

Forse è vero, ma è altrettanto vero che l’Efsa sull’olio di palma, ovvero sulle sostanze che si sprigionano durante la raffinazione degli oli vegetali, 3-Monocloropropandiolo, non ha avuto nessun dubbio: il 3-MPCD  è genotossico nei rati ed è sospettato di essere cancerogeno per l’uomo. Insomma, se è vero che la ricetta della Nutella senza non sarebbe la stessa, sarebbe quanto meno opportuno iniziare a valutare un’alternativa…non fosse “altro” che per il bene dei consumatori. Cosa che hanno fatto molti dei grandi marchi alimentari che usavano l’olio palmitico, pensiamo a Coop, la prima azienda palm oil free, ma anche altri nomi che piano piano stanno riformulando le ricette di biscotti e merendine come Colussi, Galbusera, Alce Nero, Gentilini, Conad e molti altri. Forse, però, quanto scrive oggi la Reuters incide sulle valutazioni dell’azienda: secondo l’agenzia, infatti,  sostituire l’olio di palma costerebbe a Ferrero dagli 8 ai 22 milioni di dollari in più ogni anno (fino a 20,69 milioni di euro).

La denuncia di Amnesty International

Inoltre, non si può sottovalutare anche quanto qualche mese fa ha denunciato un reportage di Amnesty International: le immagini dell’associazione sono state girate nelle piantagioni dell’Indonesia, appartenenti al più grande coltivatore mondiale di palme da olio, Wilmar, che ha sede a Singapore, fornitore di nove aziende mondiali: Afamsa, Adm, Colgate-Palmolive, Elevance, Kellogg’s, Nestlé, Procter & Gamble, Reckitt Benckiser e Unilever. Qui lavorano donne  e bambini in condizioni di sfruttamento: “I consumatori vorrebbero sapere quali prodotti sono legati alle violazioni dei diritti umani ma le aziende mantengono una grande segretezza” ha dichiarato Seema Joshi, direttrice del programma Imprese e diritti umani di Amnesty International aggiungendo che “le aziende devono essere più trasparenti su cosa contengono i loro prodotti. Devono dichiarare da dove vengono le materie prime contenute nei prodotti che si trovano sugli scaffali dei supermercati. Se non lo faranno, beneficeranno e in qualche modo contribuiranno alle violazioni dei lavoratori. Attualmente, stanno mostrando una completa mancanza di rispetto nei confronti di quei consumatori che, quando si recano alla cassa, pensano di aver fatto una scelta etica.”