
Dopo Glovo, Le indagini della Procura di Milano sullo sfruttamento dei rider passa a Deliveroo, messa sotto controllo giudiziario. Continua così l’azione del Pm Paolo Storari, che sta di fatto supplendo alle mancanze della politica ai ritardi dei sindacati nel contrasto al caporalato nelle filiere del food, della logistica e del tessile
Dopo Glovo, le indagini della Procura di Milano sullo sfruttamento dei rider passa a Deliveroo, messa sotto controllo giudiziario. Continua così l’azione del Pm Paolo Storari, che sta di fatto supplendo alle mancanze della politica ai ritardi dei sindacati nel contrasto al caporalato nelle filiere del food, della logistica e del tessile
Nell’imputazione a carico dell’amministratore Andrea Giuseppe Zocchi, si legge che a tremila rider nella provincia di Milano e ventimila in tutta Italia, sarebbero state corrisposte paghe “in alcuni casi inferiori fino a circa il 90% rispetto alla soglia di povertà e alla contrattazione collettiva”. Retribuzioni in antitesi al dettato costituzionale, perché non possono garantire una “esistenza libera e dignitosa“.
L”amministratore giudiziario Massimiliano Poppi per Deliveroo Italy, dovrà procedere alla regolarizzazione dei lavoratori. La società, con una nota riportata dall’Ansa, ha fatto sapere che sta “esaminando la documentazione ricevuta dalle Autorità” e sta collaborando alle indagini.
Ispezioni nelle sedi delle società collegate
Il pm, in contemporanea, ha inviato i carabinieri del Nucleo ispettorato del Lavoro, che conducono gli accertamenti, nelle sedi di sette società: Mc Donald’s Italia, Burger King Restaurants Italia, Esselunga, Carrefour, Crai Secom, Poke House e Kfc (Original Bucket). Tutte non indagate, al momento, ma che risultano in rapporti contrattuali con Deliveroo e che si avvalgono dei medesimi rider per effettuare le consegne. Gli investigatori hanno chiesto e acquisito documenti sui “modelli di organizzazion” e sui “sistemi di controllo interni” per verificare se sono idonei “ad impedire la commissione” dello sfruttamento.
Il caporalato “digitale” e il ruolo dell’algoritmo
Anche nel caso Deliveroo, come con Glovo come ha sintetizzato a verbale un lavoratore, riportato dall’Ansa, “fa tutto l’algoritmo dell’applicazione“. L’accesso, scrive il pm, “avviene mediante log-in alla piattaforma” e, una volta collegato, il rider “riceve gli ordini” dalla app.
Si parla, in pratica, di caporalato “digitale”. Alcuni lavoratori riescono ad arrivare a guadagnare circa 1.100 euro al mese, facendo anche 150km al giorno per dieci consegne a 3 o 4 euro l’una, altri non più di 500-600 euro. Ecco un racconto di un lavoratore: “Inizio il servizio, loggandomi all’app, alle ore 11 del mattino e finisco alle ore 22. Lavoro 7 giorni su 7 per circa 11 ore al giorno (…) la mia paga non è sufficiente (…) Per tale motivo svolgo un secondo lavoro come facchino in un hotel per 5 giorni a settimana delle ore 23 sino alle 7. Purtroppo devo inviare circa 600 euro alla mia numerosa famiglia che vive in Nigeria”.
Il “metodo Storari” e l’assalto ai brand del made in Italy
Il pubblico ministero che vuole a tutti i costi scoperchiare l’ipocrisia produttiva del made in Italy griffato, è Paolo Storari. Il pm di Milano nell’ultimo anno e mezzo ha dato il via a una serie di indagini, sequestri e misure cautelari che non hanno risparmiato nessuno nell’olimpo dei brand italiani più famosi nel mondo. L’ultima richiesta di documenti, eseguita dai carabinieri del Nucleo ispettorato del lavoro, è arrivata a Dolce & Gabbana, Prada, Versace, Gucci, Missoni, Ferragamo, Yves Saint Laurent, Givenchy, Pinko, Coccinelle, Adidas, Alexander McQueen Italia e Off-White Operating.
Alla base di questa azione, anche questa volta, c’è un’intuizione della Procura di Milano: i grandi committenti non possono esentarsi da controlli adeguati nei confronti di quella stessa filiera che, tramite costi al ribasso, permette loro grossi margini di guadagno. Proprio alcuni giorni prima, Tod’s, marchio di Diego Della Valle, ha dichiarato davanti al giudice per le indagini preliminari di voler collaborare con la magistratura per tutelare la dignità di tutti i lavoratori. L’azienda era coinvolta in un’indagine con l’accusa di aver operato sapendo pienamente, insieme ai propri dirigenti, come funzionavano le linee produttive affidate agli appaltatori. Il rischio che vogliono evitare le griffe, in casi come questi, è che dal giudice arrivi, su richiesta della procura, una sentenza che ordini un commissariamento o un’interdittiva per utilizzare le licenze necessarie alla commercializzazione.
Quella del pm Storari e della procura meneghina è una vera e propria strategia per spingere i marchi a non sottrarsi alle proprie responsabilità, cambiando volontariamente modello organizzativo, aumentando gli stipendi, internalizzando i lavoratori, e rafforzando i controlli. A partire dal marzo 2024, il Tribunale di Milano ha disposto l’amministrazione giudiziaria per Alviero Martini spa, Armani Operation, Manufacture Dior, Valentino Bags Lab e Loro Piana di Louis Vuitton, sospettati di avere agevolato in modo colposo e inconsapevole lo sfruttamento.
L’insofferenza della filiera e lo scontro politico
L’approccio di Storari non piace a molti, soprattutto dentro le aziende, ma anche una parte della politica lo soffre. Un emendamento al ddl sulle piccole e medie imprese dei senatori di Fratelli d’Italia Bartolomeo Amidei e Renato Ancorotti, mirava a escludere i grandi marchi dalla “responsabilità amministrativa” nei casi di illeciti commessi lungo la filiera di produzione, come lavoro nero, sfruttamento, mancato rispetto delle norme sulla sicurezza. Il “lasciapassare” sarebbe stato costituito dall’adesione a una certificazione unica di “Filiera della moda certificata“, ottenuta su base volontaria, che li avrebbe esclusi in temi di responsabilità in materia organizzativa e gestionale.
L’emendamento è stato però stralciato grazie alla pressione della società civile: “Quando cittadini e organizzazioni sindacali convergono, è possibile fermare norme ingiuste”, ha spiegato Deborah Lucchetti, portavoce della Campagna Abiti Puliti, “la mobilitazione pubblica, con un appello condiviso da più di 40 organizzazioni nazionali cui hanno aderito anche diverse imprese e una petizione che ha raccolto oltre 3.500 firme, ha riportato al centro del dibattito un problema concreto e documentato: lo sfruttamento nella filiera moda non può essere normalizzato né protetto da uno scudo penale”.
Uno “scudo” immaginato proprio per limitare ai grossi committenti del made in Italy le rogne con la Procura di Milano. Del resto, il titolare dell’omonimo ministero, Adolfo Urso era stato chiaro: “Siamo in campo con misure concrete per difendere con fermezza la moda italiana, per proteggerne la reputazione e i valori che l’hanno resa sinonimo di bellezza, qualità e autenticità”. Alle critiche di brand e politica sul suo metodo, ha risposto lo stesso Paolo Storari a fine novembre in un convegno organizzato da Magistratura democratica, con un “intervento manifesto” del suo modus operandi, rivendicandone anche gli impressionanti effetti concreti: 50mila internalizzazioni di operai che prima lavoravano in subappalto e 600 milioni di euro di entrate fiscali aggiuntive, da quando la Procura di Milano ha “invogliato” tramite l’azione penale i grossi marchi a gestire in maniera meno “distratta” la propria filiera.
“Pensiamo agli opifici cinesi” spiega Storari, “2,5 euro all’ora, si lavora anche il sabato e la domenica, e di notte. Ci sono i cani lupo che controllano che il lavoro venga svolto debitamente e che uno non si alzi e se ne vada. Si mangia e si dorme nello stesso luogo di lavoro (ovviamente a pagamento). Il fatto di corrispondere retribuzioni sotto la soglia di povertà, anche quando queste retribuzioni sono stabilite dai sindacati maggiormente rappresentativi, oltre a essere illegale, come dicono sei sentenze della Cassazione dell’anno scorso, ha una precisa rilevanza penale. Gli appalti spuri con le cooperative finte – continua il magistrato – generano problemi di carattere fiscale. C’è l’emissione e l’utilizzo di fatture per operazioni giuridicamente inesistenti, con conseguente tema dell’indetraibilità dell’Iva”.
“L’effetto spettatore” e la responsabilità sistemica
Il procuratore di Milano ha dovuto trovare un metodo di lavoro che fosse efficace dopo aver notato che in questi settori “regna una grande impunità” e che “non viene percepito un grande disvalore sociale”, che invece esiste. “Di questo sfruttamento lavorativo, e forse questa è la causa della grande impunità, più o meno tutti, volontariamente o meno, beneficiamo. Se riusciamo a comprare prodotti a prezzo minimale al supermercato, qualcuno ci rimette. E quello che abbiamo visto è che il taglio dei prezzi si realizza sistematicamente sul taglio del costo del lavoro” spiega. Secondo l’esperienza del magistrato, questi fenomeni riguardano spesso grandi imprese, di solito multinazionali, e non sono frutto dell’amministratore delegato cattivo ma di specifiche politiche di impresa. “Se anche io pubblico ministero ottengo una pena a un anno e sei mesi, sospesa, nei confronti dell’Ad, ma non cambio l’ambiente organizzativo, subentrerà un nuovo amministratore delegato con il medesimo ambiente organizzativo e la situazione sarà destinata a non cambiare” ragiona Storari. Non aiuta di certo, poi, la propaganda delle aziende, con “chili e chili di carta dove si mettono codici etici, protocolli, codici di condotta e chi più ne ha più ne mette. Viene dipinto un mondo assolutamente immaginario, che si scontra con la realtà, dove poi ci sono gli opifici cinesi”. Per Storari i codici e i modelli organizzativi assumono in questo modo un ruolo meramente cosmetico: poco o nulla di quanto viene scritto viene poi effettivamente fatto. Tanto che a volte, in queste filiere entra anche la criminalità organizzata, per esempio nella gestione delle cooperative, anche se all’insaputa del committente.
A chi accusa il pm di Milano di travalicare il suo ruolo e voler quasi riscrivere il diritto penale, Storari risponde citando “l’effetto spettatore” che colpisce i tanti soggetti deputati a intervenire: “Primo, le agenzie di controllo. Notizie di reato su queste vicende dall’esterno, dagli organi di controllo non arrivano, non ci sono. Secondo, i sindacati, cioè coloro che dovrebbero fare da sentinelle di queste vicende, e che per mia esperienza di fronte a una cooperativa che chiude e che lascia milioni di Inps e Iva inevase, non vanno alla procura Repubblica a denunciarlo, ma si limitano ad accompagnare il cambio appalto”. Il cosiddetto “metodo Storari” fino a oggi, sembra produrre risultati positivi, più dei sequestri e dei commissariamenti fini a se stessi, che mettono spesso le aziende in condizioni di uscire dal mercato e rischiare il fallimento. “Ci sono numerosi professionisti, che hanno delle aziende, che vengono in ufficio da me dicendo che sono andati all’Agenzia delle Entrate, e che stanno cercando di individuare quali sono i fornitori marci per mettersi a posto. Questo è un grande risultato”.







