
Il nuovo report dell’Organizzazione Onu per l’alimentazione denuncia che il 20% del pesce venduto al mondo è vulnerabile alle falsificazioni: sostituzione delle specie, adulterazione, contraffazione sull’origine e sul metodo di pesca
Un prodotto ittico su 5, il 20%, è oggetto di frodi commerciali: sostituzioni di specie (spacciano per pesce spada lo squaloide meno pregiato verdesca), adulterazioni (aggiunta di coloranti nel tonno per renderlo più rosso), simulazione (pasta di surimi venduta per polpa di granchio), falsificazione dell’origine (cozze spagnole vendute come italiane) o del metodo di pesca (una spigola allevata offerta come selvaggia pescata in mare).
Il quadro emerge dal rapporto “Frodi alimentari nel settore della pesca e dell’acquacoltura“, prodotto dalla Fao grazie alla collaborazione tra la sua Divisione Pesca e Acquacoltura e il Centro congiunto Fao/Aiea per le Tecniche nucleari nell’alimentazione e nell’agricoltura, offre un ritratto incisivo del complesso campo delle frodi e un’analisi di come le nuove tecniche analitiche (come l’esame del Dna-barcoding) possano contribuire a individuarle.
La frode ittica è definita nel rapporto come “una pratica deliberata volta a ingannare gli altri”, i consumatori in primis, e, a seconda del tipo di inganno, può rappresentare un rischio per la biodiversità, la salute umana o le tasche degli acquirenti.
Vendere salmone atlantico, quasi interamente d’allevamento, come salmone selvaggio del Pacifico, la maggior parte del quale è pescato in natura, offre ai venditori senza scrupoli un guadagno di quasi 10 dollari al chilogrammo in più. Il branzino d’allevamento, etichettato come prodotto locale italiano, viene venduto a un prezzo da due a tre volte superiore rispetto allo stesso pesce proveniente da Grecia o Turchia, e ancora di più se venduto come pescato in natura. L’aggiunta di acqua ai prodotti ittici non trasformati per aumentarne il peso e il prezzo è un’altra pratica comune, diffusa anche nella produzione di carne a terra.
Le principali categorie di frode ittica, si legge nel rapporto, sono l’adulterazione (aggiunta di additivi per rendere il tonno più fresco), la contraffazione (imitazione di gamberi a base di composti a base di amido), la simulazione (confezionamento del surimi per farlo sembrare polpa di granchio), la deviazione (distribuzione di prodotti legittimi al di fuori dei mercati di destinazione), l’etichettatura errata (come dichiarazioni errate sulla sostenibilità), il superamento delle scorte (che comporta la pesca eccessiva), la sostituzione di specie (vendita di tilapia, un pesce di acqua dolce, meno pregiato come dentice), la manomissione e l’etichettatura errata (che coinvolgono l’origine e persino le date di scadenza) e il furto.
Sebbene siano stati condotti migliaia di studi sulle frodi ittiche, a dimostrazione della natura diffusa del problema in ogni continente, ad eccezione dell’Antartide precisa la Fao, non esistono dati solidi per stimarne la prevalenza. Tuttavia, alcuni studi suggeriscono che fino al 30% dei prodotti ittici potrebbe essere etichettato in modo errato nei ristoranti, e il rapporto cita casi provenienti da tutto il mondo, dai chioschi di ceviche in America Latina e dai ristoranti di pesce in Cina ai prodotti a base di tonno in scatola nell’Unione europea. Italia inclusa.
Nel rapporto l’Italia viene citata in due passaggi: branzini allevati spacciati per pescati in mare o cozze straniere vendute per italiane. Lo studio su quest’ultimo caso precisa che questa frode nasce dalla scarsità del prodotto nazionale in determinati periodi dell’anno. “La produzione di questa specie, che in Italia viene venduta principalmente fresca, non è sufficiente a soddisfare la domanda di consumo nazionale”, scrive la Fao e le importazioni italiane di cozze, principalmente da Spagna e Cile, hanno raggiunto le 73mila tonnellate.









