
Un test svizzero su 12 energy drink accende i riflettori sul bisfenolo A: Monster e Flying Power (Aldi) risultano oltre soglia di sicurezza, mentre nel prodotto Lidl tracce del Bpa probabilmente dovute a contaminazione accidentale. Red Bull tra i migliori, ma zuccheri e acidità restano critici
Contenuto eccessivo di zucchero, acidità aggressiva per i denti e possibile presenza di contaminanti come il bisfenolo A. Non escono bene gli energy drinks dall’ultimo test del mensile svizzero K-Tipp, che ha portato in laboratorio 12 lattine per analizzare zuccheri, acidità, dolcificanti e soprattutto bisfenolo A (BPA), l’interferente endocrino già al centro di ripetuti allarmi sanitari.
Il bisfenolo A (BPA), il contaminante “invisibile” delle lattine
Il bisfenolo A è una sostanza chimica usata spesso nei rivestimenti interni delle lattine (per evitare corrosione e contatto diretto metallo-bevanda). Il problema è che può migrare nel contenuto, finendo direttamente nel nostro organismo.
Secondo l’Autorità europea per la sicurezza alimentare (Efsa), anche quantità molto basse possono risultare problematiche: per questo nel 2023 è stato stabilito un valore soglia giornaliero di appena 0,2 nanogrammi per chilo di peso corporeo. Tradotto: per una persona di 60 kg, il limite massimo giornaliero è di 12 nanogrammi.
Ed è qui che arrivano i dati più preoccupanti del test: in diverse lattine i livelli di BPA sono risultati tali da far superare quel valore anche bevendo una sola lattina.
Aldi e Monster: contaminazione elevata
Tra i casi peggiori spiccano due nomi ben noti sugli scaffali: Flying Power (Aldi) e Monster.
Nella tabella del test, entrambi risultano con un valore di bisfenolo tale da pesare in modo decisivo sul risultato finale, con una bocciatura netta soprattutto per Monster:
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Monster: valutazione complessiva 2 (Schlecht), cioè scarso per un contenuto di bisfenolo oltre 48 ng/l
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Flying Power (Aldi): valutazione complessiva 3 (Ungenügend), insufficiente per un contenuto di bisfenolo oltre 48 ng/l
E non è solo un problema “teorico”: K-Tipp sottolinea che una sola lattina può portare a superare i livelli raccomandati, avvicinandosi a dosi che – secondo l’Efsa – potrebbero incidere sul sistema immunitario e aumentare il rischio di effetti avversi.
Lidl: non basta “meno zucchero” se restano dubbi sulla lattina
Nel test compare anche Kong Strong (Lidl), che finisce nella parte bassa della classifica con un giudizio complessivo 3,9 (Ungenügend), quindi insufficiente.
In questo caso, la criticità è doppia:
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zucchero e acidità restano comunque su livelli tutt’altro che trascurabili
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nelle analisi è stata evidenziata una presenza contenuta di bisfenolo A (con penalizzazione). Va detto che Lidl ha assicurato al mensile svizzero che la lattina analizzata era priva di bisfenolo e la presenza, ipotizzano i colleghi elvetici, potrebbe essere finita nel drink per contaminazione.
Red Bull: tra i migliori del test, ma non è “promossa a pieni voti”
C’è poi il caso opposto, quello di Red Bull, che nel test risulta tra i prodotti con il miglior giudizio complessivo: 4,5 (Genügend), cioè sufficiente.
Red Bull, insieme ad altri marchi, è inserita nel gruppo di energy drink “migliori” del confronto. Tuttavia “sufficiente” non significa salutare.
Il test conferma un dato che riguarda praticamente tutta la categoria: anche quando il prodotto non presenta criticità particolari sul bisfenolo (o non viene penalizzato su quel fronte), restano comunque diversi aspetti negativi:
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zuccheri elevati (in diverse lattine si arriva a livelli che da soli coprono gran parte della soglia giornaliera consigliata)
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acidità che può contribuire a danneggiare lo smalto, soprattutto combinata con lo zucchero
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e in alcuni casi la presenza di dolcificanti controversi (quando i produttori “tagliano” lo zucchero ma compensano con edulcoranti)
Le lattine stanno cambiando
Diverse catene – tra cui Aldi e Lidl – hanno dichiarato a K-Tipp di essere in fase di transizione verso lattine con rivestimenti privi di bisfenolo. Ma il test mostra quanto sia fondamentale non affidarsi alle dichiarazioni, bensì alle verifiche analitiche: il BPA, infatti, può finire nel prodotto anche per contaminazioni ambientali o problemi di filiera.
In altre parole: finché il controllo non è sistematico e trasparente, la promessa “BPA free” rischia di restare uno slogan.









