Cadmio negli alimenti, il caso Francia divide: il bio è davvero “come il convenzionale”?

CADMIO NEGLI ALIMENTI

L’allarme francese sul cadmio negli alimenti accende il dibattito anche in Italia: esposizione elevata legata ai fertilizzanti. Il biologico finisce nel mirino, ma studi indicano livelli inferiori.  “Ma il bio fa già altre scelte” spiega Roberto Pinton

L’allarme è partito dalla Francia, ma in pochi giorni ha fatto il giro d’Europa. Il nuovo rapporto dell’Agence nationale de sécurité sanitaire (Anses), rilanciato da Le Monde, ha acceso un dibattito acceso su un tema che riguarda da vicino anche l’Italia: la presenza di cadmio negli alimenti e il ruolo dell’agricoltura biologica.

L’allarme Anses: “Troppo cadmio nella dieta”

Come avevamo raccontato su Il Salvagente, l’Anses ha certificato una situazione preoccupante: l’esposizione alimentare al cadmio è troppo elevata, con una quota significativa della popolazione francese sopra i livelli di sicurezza.

Secondo l’agenzia, l’alimentazione rappresenta la principale fonte di esposizione (fino al 98% nei non fumatori), con cereali, pane, pasta e prodotti derivati tra i principali responsabili.

Non a caso, tra le raccomandazioni più discusse c’è stata quella di ridurre il consumo proprio di questi alimenti di base, una posizione che ha fatto scalpore e che è stata amplificata anche dalla stampa internazionale.

Alla radice del problema ci sono i fertilizzanti fosfatici, principale veicolo del metallo pesante nei suoli agricoli e quindi nella catena alimentare.

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La polemica sul bio

A riaccendere la discussione è stato un passaggio: l’agricoltura biologica sarebbe “potenzialmente altrettanto impattata” dalla presenza di cadmio di quella convenzionale.

Un’affermazione che ha provocato la reazione immediata della filiera bio francese, con la Fédération nationale de l’agriculture biologique (Fnab) che ha parlato apertamente di interpretazione fuorviante e di dati incompleti.

Il nodo è tecnico ma cruciale: è vero che anche nel biologico sono ammessi alcuni fertilizzanti fosfatici naturali, che possono contenere cadmio. Tuttavia, secondo gli operatori del settore, questi sono usati in misura minima e con limiti più severi rispetto al convenzionale.

Bio vs convenzionale: cosa dicono davvero i dati

La realtà, come spesso accade, è meno netta di quanto suggerisca il dibattito. Da un lato, il cadmio è un contaminante “storico”: si accumula nei suoli in particolare in quelli sabbiosi e acidi per decenni e dipende anche dalle deposizioni atmosferiche. Questo significa che un campo può essere contaminato indipendentemente dal fatto che sia coltivato in biologico o meno.

A presentare il maggior potenziale di assorbimento di cadmio sono le verdure a foglia. Uno studio italiano ha rilevato che le concentrazioni nelle foglie di lattuga e indivia differivano significativamente a seconda dei trattamenti di fertilizzazione, con valori più elevati nelle piante coltivate su terreni fertilizzati con concimi minerali. Ha anche rilevato che le foglie esterne delle piante di indivia mostravano concentrazioni significativamente più elevate rispetto alle foglie interne (in alcuni casi i valori erano 3 volte superiori).

Uno studio del 2018 negli Usa ha valutato le concentrazioni di metalli pesanti (cadmio compreso) nei cinque ortaggi più consumati negli Stati uniti (patate, lattuga, pomodoro, carota e cipolla), sia nella versione convenzionale che biologica. Le concentrazioni medie di cadmio (ma anche di arsenico, piombo, cromo e bario) sono risultate inferiori negli ortaggi biologici (in ogni caso, anche nei prodotti convenzionali le concentrazioni sono risultate inferiori a quelle espresse come ammissibili da parte della FAO/OMS).

Infine la monumentale metanalisi del 2014 basata su 343 pubblicazioni peer-reviewed indicava differenze statisticamente significative nella composizione di vegetali biologici e non biologici. Nelle colture biologiche sono risultate sostanzialmente più elevate le concentrazioni di una gamma di antiossidanti come i polifenoli (collegati a una riduzione rischio di malattie croniche) e concentrazioni significativamente più basse di cadmio. I livelli di cadmio nel complesso di frutta, verdura e cereali biologici, sono risultati in media inferiori del 48% rispetto a quelli riscontrati nelle colture convenzionali.

Secondo i ricercatori concentrazioni più elevate di antiossidanti e concentrazioni più basse di Cadmio sono collegate alle specifiche pratiche agronomiche prescritte nei sistemi di agricoltura biologica (per esempio il non uso di fertilizzanti minerali a base di azoto per i primi e a base di fosforo per i secondi).

Ma, nei campi, il bio già fa altre scelte

“Al di là dei risultati delle analisi scientifiche, conta anche quello che accade nei campi”, spiega al Salvagente Roberto Pinton, esperto di diritto alimentare e agricoltura biologica.

Pinton, spiega: “È vero che il regolamento UE n.1165/2021, che elenca le uniche sostanze che gli agricoltori biologici possono utilizzare prevede che sia ammesso l’uso di fosfato naturale tenero (che è il prodotto ottenuto dalla macinazione di rocce contenenti fosfati naturali), con una determinata finezza di macinazione, ma il tenore di cadmio deve essere inferiore a quello fissato dal regolamento (UE) 2019/1009 che stabilisce le norme per la commercializzazione dei prodotti fertilizzanti nella UE, limite valido in tutta la UE sia per i fertilizzanti generalmente ammessi che per i pochi ammessi in biologico. Ma è altrettanto vero che, ancorché ammesse, le rocce fosfatiche non sono utilizzate in modo significativo dagli agricoltori biologici, che preferiscono di gran lunga i fertilizzanti organici (letame, sovescio), dato che arricchiscono il suolo di sostanza organica e ne migliorano la struttura (e la biodiversità dei micro-organismi, che è il patrimonio più importante di un suolo vitale, che va assolutamente tutelato e incrementato)”.

Aggiunge l’esperto che “nei fatti il ricorso a tali sostanze è irrilevante, perché per l’azienda biologica è più utile la fertilizzazione organica (letame, sovesci) assieme alla rotazione delle colture”.

Dunque perché tanta polemica? Risponde Pinton: “L’Anses fa una valutazione puramente teorica (“potreste usare rocce fosfatiche che contengono Cadmio”), trascurando di verificare l’effettivo utilizzo di questa farina di roccia, che nei fatti è quantomeno irrilevante (personalmente non conosco nessuna azienda che le utilizzi), tant’è che la scienza è concorde nel rilevare concentrazioni di Cadmio decisamente inferiori nei vegetali da coltivazione biologica rispetto a quelli di produzione convenzionale, smentendo del tutto i toni allarmistici dell’Anses”.

Il vero problema resta a monte

Al di là dello scontro tra modelli agricoli, il messaggio più importante del rapporto Anses è un altro: bisogna intervenire alla fonte.

L’agenzia chiede di ridurre drasticamente i limiti di cadmio nei fertilizzanti e di modificare le pratiche agricole, in particolar modo per l’impatto che hanno quelle convenzionali, perché il problema nasce nei suoli e si trasferisce lungo tutta la filiera alimentare.

E i tempi non saranno brevi: anche intervenendo subito, serviranno anni, se non decenni, per ridurre la contaminazione già presente nei terreni.