
Un test tedesco su 18 detergenti per forno mostra che molti puliscono bene, anche economici, ma usano sostanze fortemente alcaline: efficaci sul grasso, meno sullo zucchero, con rischi per salute, sicurezza e ambiente, domestica, normativa
Pulire il forno senza fatica è possibile: molti detergenti riescono davvero a sciogliere grasso bruciato e incrostazioni. Ma il prezzo da pagare non è solo economico. Un test appena pubblicato da ÖKO-TEST su 18 detergenti per forno venduti tra drogherie, bricolage e supermercati tedeschi conferma che, anche quando la performance è buona, questi prodotti restano chimicamente aggressivi, potenzialmente corrosivi e non privi di criticità ambientali e di sicurezza.
Il test ha confrontato prodotti dal costo molto diverso: da 1,75 euro a 11,99 euro per 500 ml. La prima sorpresa è che la qualità non cresce necessariamente con il prezzo: molti detergenti – compresi quelli economici e diverse marche del distributore – ottengono un giudizio complessivo “buono”. La seconda, però, è più scomoda: anche i prodotti promossi fanno ricorso a liscivie fortemente alcaline, capaci di irritare pelle e occhi e che impongono un utilizzo prudente.
I limiti dei detergenti “miracolosi”
ÖKO-TEST ha sottoposto tutti i detergenti a una prova pratica in laboratorio, simulando il tipo di sporco più comune: residui di salsa d’arrosto e sciroppo lasciati seccare e poi “invecchiati” su teglie.
I risultati fotografano bene la distanza tra marketing e realtà:
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contro la salsa secca, molti prodotti sono efficaci: i migliori riescono a rimuovere fino al 90% dello sporco dopo i tempi di posa indicati;
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contro lo sciroppo secco, invece, le performance crollano: solo due prodotti riescono a sciogliere più della metà delle incrostazioni.
In pratica, la promessa di “forno come nuovo” vale soprattutto sul grasso e sugli alimenti proteici, mentre lo zucchero bruciato – tra i nemici più ostici – resta spesso lì, anche dopo trattamenti prolungati.
Il “segreto” è la chimica caustica
La buona resa non arriva senza costi: quasi tutti i prodotti lavorano con soluzioni altamente alcaline (liscivie) che scompongono i grassi in componenti solubili in acqua, trasformando lo sporco in una massa “saponosa” da rimuovere con una spugna.
È proprio questo il punto critico: quelle stesse sostanze che fanno “funzionare” il detergente possono essere ustionanti a contatto con pelle e mucose. Per ÖKO-TEST la presenza di alcune liscivie è parte del principio attivo e dunque in parte accettata. Ma il test penalizza diversi ingredienti aggiuntivi considerati problematici.
Tra quelli più criticati ci sono:
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idrossido di ammonio (soluzione di ammoniaca): libera gas dal forte odore pungente che irrita le vie respiratorie ed è classificato come pericoloso per l’ambiente acquatico;
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aminoetanolo, con effetto irritante fino a corrosivo su pelle e mucose;
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acido etilesanoico, indicato da ÖKO-TEST come sostanza classificata (in base al regolamento CLP) come sospetta tossica per la riproduzione;
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composti organoalogenati, una grande famiglia in cui rientrano sostanze potenzialmente cancerogene o persistenti, capaci di accumularsi nell’ambiente.
Non è solo una questione teorica: i detergenti per forno, per definizione, sono tra i prodotti domestici a più alto potenziale di rischio. E l’idea che “basti spruzzare e aspettare” è fuorviante.
Promossi quasi tutti, ma c’è chi viola la legge
Il test non si è fermato a ingredienti e performance. I ricercatori hanno analizzato anche le informazioni di sicurezza e l’aderenza alla normativa europea.
In etichetta compaiono i pittogrammi di pericolo, i classici rombi rossi. Ma per le persone cieche o ipovedenti servono anche simboli tattili: il regolamento europeo CLP obbliga i produttori a inserire un avviso in rilievo quando il prodotto è corrosivo o pericoloso.
La maggior parte dei marchi rispetta l’obbligo, ma ÖKO-TEST segnala due casi:
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un prodotto con simbolo tattile difficile da percepire;
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un detergente privo di avvertenza tattile, quindi non conforme alla legge e in grado di esporre una categoria vulnerabile a un rischio concreto.
UFI code: dal 2025 deve esserci sempre
Tra i parametri valutati c’è anche il codice UFI (Unique Formula Identifier), una stringa di 16 caratteri che consente ai centri antiveleni di risalire rapidamente alla formula in caso di ingestione accidentale. Dal gennaio 2025 deve comparire su tutti i prodotti chimici potenzialmente pericolosi, compresi detergenti e vernici.
ÖKO-TEST ha verificato che la presenza e la leggibilità del codice, insieme alle avvertenze obbligatorie, non siano trattate come “dettagli”, perché in emergenza fanno la differenza.









