Dai jeans alle giacche: quali sono le caratteristiche del tessuto denim e come sceglierlo

denime

Il denim è il materiale con cui sono prodotti i jeans e si tratta di uno dei tessuti meno sostenibili che ci siano. Richiede infatti molte risorse in termini di acqua, energia ed agenti chimici.

Una cosa è certa: esistono molte alternative più rispettose dell’ambiente, come jeans realizzati con denim 100% biobased e biodegradabile, o creati tramite processi di upcycling. Esistono, chiaramente, anche nicchie di produzione consapevole ma riconoscerle non è così semplice. Il 76% del denim mondiale viene prodotto attualmente in cinque paesi: Turchia, Cina, India, Bangladesh e Pakistan. Si tratta dei paesi che hanno ottenuto il peggior rating nel 2020: ai lavoratori, infatti, non viene assicurato il rispetto dei diritti umani basilari.

Produzione e caratteristiche

Le fasi di produzione di un paio di jeans sono essenzialmente tre: in una prima fase il denim viene lavorato, tagliato e confezionato, per poi essere trattato al fine di determinarne l’estetica. La fase di manifattura ha un minor impatto ambientale in termini di consumo di acqua, ma superiore rispetto al parametro “emissioni”. Si tratta, sostanzialmente, di fibra di cotone trattata con l’indaco perché assuma la classica colorazione blu, successivamente definita esteticamente per sottrazione di colore con processi di lavanderia.

Le caratteristiche principali del tessuto in denim sono le seguenti:

  • è un tessuto di cotone o misto cotone (spesso in abbinamento al lino);
  • è resistente, compatto e robusto, duraturo nel tempo;
  • ha in genere trama a diagonale, ma può avere anche trama a spiga, a saia e levantina;
  • facile da lavare e da cucire;
  • generalmente di colore blu, ma disponibile in varie colorazioni;
  • tende a scolorire nel tempo;
  • non è sostenibile!

Guida all’acquisto consapevole

Un primo passo per scegliere consapevolmente un tessuto in denim piuttosto che un altro è quello di controllare l’etichetta, per valutare se ci si trova di fronte a:

  • cotone organico: in questo caso vi sarà la certificazione Gots (Global organic textile standard);
  • cotone riciclato: la certificazione di riferimento è la Grs (Global recycle standard).

Entrambe le certificazioni sono valide. Un discorso a parte vale invece per la colorazione, dato che un trattamento con indaco naturale è meno stabile e richiede un utilizzo di agenti chimici elevatissimo. Per questo, solitamente, si fa ricorso a indaco sintetico che può essere in polvere o liquido. Entrambi sono derivati del petrolio.

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La fase di lavaggio è altrettanto critica, dato che nella maggior parte dei paesi vengono utilizzate vecchie lavatrici, che fanno un uso sconsiderato di acqua, agenti chimici, energia ed emissioni.

Alternative: biobased e upcycling

Un’alternativa sostenibile è sicuramente optare per prodotti biobased. Un’azienda produttrice italiana, con sede nel Parco nazionale del Ticino, ha lanciato nel 2019 il primo denim al mondo 100% biobased, ovvero realizzato con elementi naturali e al 100% biodegradabile e compostabile. La società, il cui nome è Candiani, è divenuta da tempo un sinonimo di manifattura green e di alta qualità. In cinque anni di ricerca, l’azienda ha ovviato al problema dei lunghi tempi di decomposizione dello stretch. Facendo ricorso a un elastomero naturale completamente biodegradabile, l’azienda ha trovato una soluzione per continuare a produrre denim stretch ma per farlo in maniera green.

Anche l’upcycling è un’opzione sostenibile da tenere in considerazione. In Normandia esiste il più grande magazzino di jeans dismessi, ma anche in Italia esiste un grande marchio specializzato in design circolare, “Blue of a kind”. L’idea è produrre nuovi capi a partire da leftover o pantaloni dismessi, selezionando tessuti non troppo usurati in modo da non dover intervenire con lavaggi o altri processi. L’intervento si limita quindi soltanto ad un taglio sartoriale, senza utilizzo di acqua.