Rapporto Flai Cgil: “Ora il caporale ha la partita Iva o la cooperativa”

caporale

Nel VI Rapporto agromafie e caporalato, viene posto l’accento sulle modalità più diffuse di sfruttamento nelle campagne, che riguarda ad oggi 230mila persone in Italia, soprattutto stranieri. I casi di Treviso, di Pordenone, Ragusa e Cosenza

“Pezzi o interi settori di produzione vengono ‘delegati’ ai caporali, attraverso la creazione di cooperative spurie e l’apertura di finte partite Iva, strumenti attraverso i quali i caporali, a loro volta, “subappaltano” pezzi di produzione, irrimediabilmente incardinata sullo sfruttamento e l’intermediazione illecita di manodopera”. Questa la fotografia che l’osservatorio Placido Rizzotto della Flai Cgil scatta nel VI Rapporto agromafie e caporalato. 

Per i curatori, Carlo De Gregorio e Annalisa Giordano, “Appare chiaro che lo sfruttamento lavorativo e il caporalato viene perpetrato attraverso nuovi e più complessi meccanismi che vedono il coinvolgimento di attori qualificati (i cosiddetti “colletti bianchi”) ed in generale figure in grado di mascherare l’illegalità attraverso un “gioco di scatole cinesi”, che rende ancor più complicata la prevenzione, l’individuazione e la conseguente repressione del fenomeno”.

I numeri

nel corso del 2021, sono stati circa 230 mila gli occupati impiegati irregolarmente nel settore primario (oltre un quarto del totale degli occupati del settore), in larga parte “concentrata nel lavoro dipendente, che include una fetta consistente deli stranieri non residenti impiegati in agricoltura”.

Anche la componente femminile, peraltro, è largamente coinvolta dal fenomeno, tanto che si stima siano circa 55mila le donne che lavorano in condizioni di irregolarità. A ciò si aggiunga che le donne si trovano a vivere un triplice sfruttamento: lavorativo, per le condizioni in cui lavorano; retributivo, perché anche tra “sfruttati” la paga delle donne è inferiore a quella dell’uomo; e, infine, anche sessuale e fisico.

Non conosci il Salvagente? Scarica GRATIS il numero con l'inchiesta sull'olio extravergine cliccando sul pulsante qui in basso e scopri cosa significa avere accesso a un’informazione davvero libera e indipendente

Sì! Voglio scaricare gratis il numero di giugno 2023

Le regioni più colpite

Peraltro, se è vero che la geografia del lavoro agricolo subordinato non regolare è radicato in Puglia, Sicilia, Campania, Calabria e Lazio con tassi di irregolarità che superano il 40%, in molte regioni del Centro-Nord i tassi di irregolarità degli occupati sono comunque compresi tra il 20 e il 30%. Mettendo a fuoco, nello specifico, il profilo degli occupati agricoli non regolari, si nota che il peso dei lavoratori migranti quasi raddoppia (in particolare quello dei cittadini comunitari); in oltre il 70% dei casi si tratta di lavoratori dipendenti e, tra questi, si osserva un maggior peso degli occupati che lavorano in regime di part-time. Ne consegue che, in corrispondenza dei lavoratori con tali caratteristiche, i tassi di irregolarità assumono valori decisamente più elevati rispetto al tasso riscontrato per l’intero settore agricolo.

Le interviste sono state realizzate nelle aree provinciali di Pordenone, Treviso, Cosenza e Ragusa e la scelta delle aree territoriali analizzate è stata dettata da esigenze di approfondimento conoscitivo provenienti dalle sedi provinciali della Flai Cgil, ovvero laddove si snoda il lavoro sindacale ed emergono rapporti di lavoro posti in essere da intermediari illegali, che configurano molteplici forme, manifeste o mascherate, di sfruttamento lavorativo.

Da Ragusa alle colline del prosecco

“Lo studio empirico dei casi – scrive il rapporto – ci conferma, in tutte le realtà osservate, da Nord a Sud, lo squilibrio profondo tra il valore aggiunto prodotto dall’economia agricola territoriale e la compresenza di lavoro sfruttato e gravemente sfruttato. San Giorgio della Richivelda, per la produzione delle barbatelle, Valdobbiadene/Conegliano per la produzione del prosecco, Amantea per la produzione delle cipolle rosse di Tropea e Cassibile per la produzione di patate/fragole. Queste aree, oltre ad essere dei distretti agricoli di eccellenza, con un valore aggiunto rilevante, sono anche quelle dove si registrano condizioni di lavoro caraterizzate da sfruttamento, che spesso sfociano in rapporti servili e anche para-schiavistici”.

Lavoro nero mascherato da “regolare

Le forme manifeste di sfruttamento sono quelle focalizzate sull’irregolarità dei rapporti di lavoro, vale a dire quando gli operai coinvolti non sono dichiarati in ingresso, spesso mascherate con un contratto di lavoro apparentemente conforme agli standard previsti, ma che nella sostanza non vengono per nulla rispettati. Ciò accade perché, al di là di quanto prevede il contratto, si impongono, e non di rado si estorcono, accordi verbali con condizionalità differenti, soprattutto rispetto al salario e alla durata del tempo di lavoro.

La condizione di irregolarità implica il lavoro nero, ossia l’ esercizio del lavoro in maniera completamente o parzialmente sommerso. Ciò significa non definizione di orario di lavoro, salari discrezionalmente determinati, strumenti di sicurezza mancanti, coperture assistenziali/previdenziali inevase, con l’aggravante per i lavoratori stranieri, sui quali pende la possibilità di acquisire o rinnovare lo status regolare di permanenza e dunque dei diritti correlati al lavoro e alla cittadinanza.

Tale contesto, soprattutto per quanto riguarda le aree di Pordenone e di Treviso, ci induce anche ad aprire una luce sui nuovi meccanismi di sfuttamento che si dipanano lungo tutta la filiera di produzione, coinvolgendo l’intera filiera agricola.
Scopriamo pertanto che pezzi o interi settori di produzione vengono “delegati” ai caporali, attraverso la creazione di cooperative spurie e l’apertura di finte partite Iva, strumenti attraverso i quali i caporali, a loro volta, “subappaltano” pezzi di produzione, irrimediabilmente incardinata sullo sfruttamento e l’intermediazione illecita di manodopera. Appare pertanto chiaro che lo sfruttamento lavorativo e il caporalato viene perpetrato attraverso nuovi e più complessi meccanismi che vedono il coinvolgimento di attori qualificati (i cosiddetti “colletti bianchi”) ed in generale figure in grado di mascherare l’illegalità attraverso un “gioco di scatole cinesi”, che rende ancor più complicata la prevenzione, l’individuazione e la conseguente repressione del fenomeno.

La storia di A.C. (Pordenone)

A.C., pakistano di 31 anni, vive da 6 a Pordenone: “Non ero solo, ma con altri amici. Arrivati a Pordenone, sapevano già chi ci prendesse in carico alla Stazione dei Pullman. Ci portarono in una casa dove c’erano altre 5 persone. Il gruppo con cui sono arrivato era di 4. La casa ospitava anche un collaboratore del caporale. Da due anni lavoro in agricoltura, prima ero fabbro. Anche nel mio paese, e l’ho fatto anche a Pordenone, per pochi mesi. Ma la ditta poi è fallita e ho ripiegato in agricoltura. Non è un lavoro difficile, è solo pesante. […] Il lavoro in agricoltura non mi è mai mancato, grazie a un amico che aveva la partita Iva e acquisiva lavori da alcune aziende agricole. Era colui che ho incontrato all’arrivo a Pordenone, con cui ho lavorato almeno un anno. Poi sono andato con un altro sponsor, perché mi aveva promesso di pagarmi di più. Prima prendevo al massimo 600 euro, poi con questo ultimo sono arrivato a 700. Avendo famiglia in Pakistan 100 euro in più sono molte”. Il nuovo caporale gli indica una casa da affittare, che solo dopo capiscono essere un subaffitto dello stesso uomo, che quando trova una squadra disposta a lavorare a meno di loro, 3 euro l’ora, li scarica e li obbliga ad uscire dalla casa con minacce e spintoni, nel giro di un’ora. “Non abbiamo fatto denuncia, anche se degli amici italiani ce lo hanno consigliato. Ma abbiamo paura, non solo del caporale ma anche del suo datore di lavoro perché è conosciuto come una persona che non paga regolarmente gli operai e che minaccia di denunciare coloro che non hanno il permesso di soggiorno” aggiunge A.C.

La storia di M.A., Amantea (Cosenza)

M.A. è originario del Mali, di un paese nei pressi della capitale Bamako. Ha una moglie e un figlio, a cui invia regolarmente denaro. È arrivato in Italia nel 2016, a Lampedusa. Ha 28 anni e un diploma di Scuola superiore. Per circa due anni è stato in Sicilia, e poi si è trasferito a Rosarno e successivamente, da quasi tre anni, tra Lamezia e Amantea, in provincia di Cosenza, in base al lavoro da svolgere: per lo più nelle serre nel primo caso, nel comparto della cipolla nel secondo. Da tre mesi non lavora perché ha denunciato il caporale, uno degli ultimi caporali con cui ha lavorato. “I caporali che ho conosciuto sono molti, dice M.A. C’è un cambio di caporali molto elevato. E non tutti della stessa nazionalità, anche perché quando il caporale chiama un lavoratore, gli chiede anche se ha amici da portare e può capitare che un amico marocchino ti chiama perché lui è stato chiamato dal caporale marocchino”, “Il caporale ti chiama in genere la sera prima, continua M.A., e chiede se sei libero per il giorno dopo o per una settimana o un mese. Tu decidi se accettare la proposta, perché magari ne hai già un’altra, ma che non ti soddisfa. O meglio perché le giornate sono di meno di quelle che ti sta proponendo il nuovo caporale, e quindi di conseguenza l’ammontare del salario mensile”, “Se accetti – dice M.A. – sai che la paga oscilla tra 25 e 35 euro, a seconda del caporale e secondo il tipo di lavoro da svolgere e dove viene svolto, e che 5 euro sono per il trasporto. E quante ore bisogna lavorare. Per le cipolle, senza specificare l’orario giornaliero, sono 35 euro (meno i 5 euro), per caricare i prodotti per poche ore sono 25 euro (tolti i 5 euro)”.

I caporali più conosciuti possono avere anche due o tre o quattro furgoni, e avere una disponibilità maggiore coinvolgendo altri caporali quando gli operai reclutati arrivano ad essere 100 o anche di più, fino a 400, come ha potuto constatare direttamente M.A. Con i caporali spesso non c’è nessun rapporto di amicizia, anche se è un tuo connazionale. Per lavorare, come prima cosa devi dare i tuoi documenti, poiché il reclutatore deve darli al datore di lavoro quando questo ti registra all’Inps, oppure li tiene il caporale quando si lavora in nero, per maggior sicurezza. Cioè a garanzia che non fai danni, che non rubi nulla e che la sera – al momento della paga – non crei problemi. Lo scambio serale tra documenti e salario della giornata o della settimana significa che l’attività lavorativa è finita senza problemi. “Se il lavoro è di un giorno – riporta M.A. –, il documento viene restituito la sera, se continua per più giorni i documenti restano fino all’ultimo lavorativo. Il coordinamento del lavoro è affidato ad un caposquadra italiano a cui il caporale straniero deve sottostare: è il primo che controlla tutta l’attività nei campi o nei magazzini”. M.A. ha denunciato il caporale, e grazie al Progetto Incipit della Regione Calabria. “Adesso (fine settembre 2021) da circa tre/quattro mesi non lavoro però sto pensando di riprendere gli studi (…) farmi riconoscere il diploma se possibile, oppure ricominciare dalla terza media” conclude.