Rete idrica colabrodo: un terzo dell’acqua immessa va persa

ACQUA

Un terzo dell’acqua che viene immessa nella rete idrica pubblica italiana viene dispersa. Il dato, impressionante soprattutto in tempo di crisi climatica ed energetica, viene dal rapporto pubblicato dall’Istat in occasione della giornata mondiale dell’acqua.

Troppe perdite

Nel 2020 – scrive l’Istat – sono andati persi 41 metri cubi al giorno per km di rete nei capoluoghi di provincia, il 36,2% dell’acqua immessa in rete (37,3% nel 2018). Sono 236 i litri per abitante erogati ogni giorno nelle reti di distribuzione dei capoluoghi di provincia. In 11 Comuni capoluogo di provincia, tutti nel Mezzogiorno, sono state adottate misure di razionamento nella distribuzione dell’acqua. E nonostante ciò, nel 2021 l’86,0% delle famiglie si dichiara soddisfatto del servizio idrico mentre il 65,9% delle persone di 14 anni e più è attento a non sprecare acqua.

Quello che i cambiamenti climatici impongono

Secondo Istat, “I cambiamenti climatici e l’inquinamento stanno accrescendo la pressione su corpi idrici e infrastrutture, già fortemente sollecitati dai processi di urbanizzazione e dallo sviluppo economico che hanno avuto, negli anni, un impatto diretto sull’aumento della domanda di acqua. Occorre dunque rafforzare la resilienza del sistema idrico, rendendo i processi più efficienti soprattutto nei territori che presentano una maggiore vulnerabilità a situazioni di criticità idrica”. Va detto che rispetto al 2018 i volumi immessi in rete si riducono di oltre il 4% e i volumi erogati dell’1,6%, ma l’intensità dell’erogazione dell’acqua è fortemente eterogenea sul territorio. Proseguendo la tendenza già segnata nel 2018, le perdite totali di rete si riducono di circa un punto percentuale. Tra i 109 capoluoghi, volumi superiori ai 300 litri per abitante al giorno si riscontrano nelle città di Milano, Isernia, Cosenza, L’Aquila, Pavia e Brescia. Di contro, sotto i 150 litri per abitante si trovano Barletta, Arezzo, Agrigento, Andria e Caltanissetta.

Le cause strutturali

“Le perdite totali di rete – spiega Istat – hanno importanti ripercussioni ambientali, sociali ed economiche, soprattutto per gli episodi di scarsità idrica sempre più frequenti. Sono da attribuire a fattori fisiologici presenti in tutte le infrastrutture idriche, alla vetustà degli impianti, prevalente soprattutto in alcune aree del territorio, e a fattori amministrativi, riconducibili a errori di misura dei contatori e ad allacci abusivi, per una quota che si stima pari al 3% delle perdite.

Chi spreca più acqua e chi meno

In più di un capoluogo su tre si registrano perdite totali superiori al 45%. Le condizioni di massima criticità, con valori superiori al 65%, sono state registrate a Siracusa (67,6%), Belluno (68,1%), Latina (70,1%) e Chieti (71,7%). All’opposto, una situazione infrastrutturale decisamente favorevole, con perdite idriche totali inferiori al 25%, si rileva in circa un Comune su cinque. In sette capoluoghi i valori dell’indicatore sono inferiori al 15%: Macerata (9,8%), Pavia (11,8%), Como (12,2%), Biella (12,8%), Milano (13,5%), Livorno (13,5%) e Pordenone (14,3%).

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Aumentano i comuni con razionamento di acqua

Nel 2020, ben 11 Comuni capoluogo di provincia, tutti al Sud, hanno fatto ricorso a misure di razionamento nella distribuzione dell’acqua potabile, disponendo la riduzione o sospensione dell’erogazione idrica. Ciò a seguito della forte obsolescenza dell’infrastruttura idrica, dei problemi di qualità dell’acqua per il consumo umano e dei sempre più frequenti episodi di riduzione della portata delle fonti di approvvigionamento, che rendono scarsa o addirittura insufficiente la disponibilità della risorsa idrica in alcune aree del territorio. Rispetto al 2019 il numero di Comuni interessati da misure di razionamento è aumentato di due unità. Misure di razionamento sono state adottate in quasi tutti i capoluoghi della Sicilia (tranne a Messina e Siracusa), in due della Calabria (Reggio di Calabria e Cosenza), in un capoluogo abruzzese (Pescara) e in uno campano (Avellino). Ad Agrigento e Trapani le misure più restrittive di erogazione dell’acqua. In quattro capoluoghi le restrizioni nella distribuzione dell’acqua potabile sono state estese a tutto il territorio comunale: Enna, dove l’erogazione dell’acqua è stata sia sospesa che ridotta (32 giorni); Pescara, dove il servizio è stato ridotto solo in alcune ore della giornata, specialmente nelle ore notturne o nelle prime ore mattutine (74 giorni); Cosenza e Reggio di Calabria, dove le misure sono state adottate per fascia oraria e a giorni alterni (rispettivamente per 366 e 77 giorni).

Il caso Sicilia

Le misure restrittive hanno interessato circa 227mila residenti, soprattutto siciliani (13,9% della popolazione residente nei capoluoghi della regione). A Catania la distribuzione dell’acqua è stata ridotta per fascia oraria per sei giorni nel mese di luglio. A Palermo l’erogazione dell’acqua è stata sospesa nell’arco dell’anno, per 183 giorni, per fascia oraria, soprattutto nelle ore notturne, per consentire il riempimento delle vasche di alimentazione della rete di distribuzione, coinvolgendo l’11,1% dei residenti. A Caltanissetta il 20,8% dei residenti è stato sottoposto a una riduzione o sospensione nell’erogazione dell’acqua per complessivi 211 giorni. A Ragusa si è fatto ricorso a turni di erogazione o sospensione dell’acqua per 75 giorni in alcune zone della città, interessando il 13,9% dei residenti. Le situazioni più critiche ad Agrigento e Trapani, dove l’erogazione dell’acqua è stata sospesa o ridotta in tutti i giorni dell’anno, con turni diversi di erogazione estesi a tutta la popolazione residente.

I ritardi nella depurazione

Ancora troppi residenti senza servizio di depurazione nei capoluoghi di regione. Nei 21 Comuni capoluogo di Regione e Provincia autonoma il 94,7% della popolazione residente risulta allacciata alla rete fognaria pubblica, indipendentemente dalla disponibilità di successivi impianti di trattamento delle acque reflue urbane. Il servizio pubblico di fognatura è assente per 514mila residenti nei capoluoghi. In questi casi le acque reflue urbane vengono convogliate generalmente verso sistemi autonomi di smaltimento, quali ad esempio vasche Imhoff private, soprattutto nelle aree con case sparse e zone difficilmente raggiungibili. La presenza del servizio è maggiore nei capoluoghi di regione del Nord (98,2%), si riduce al Sud (96,0%), per raggiungere il minimo al Centro (89,7%). Una copertura del servizio pubblico di fognatura pari ad almeno il 95% dei residenti si riscontra in 15 capoluoghi di regione. Nei restanti sei Comuni le percentuali sono comprese tra il 94,9% di Ancona e l’87,8% di Catanzaro. Una presenza quasi completa del servizio si registra a Bologna, Cagliari, Torino e Trento, con percentuali pari ad almeno il 99%. Nel 2020 si stima che il 93,7% della popolazione residente nei Comuni capoluogo di regione e provincia autonoma usufruisca del servizio pubblico di depurazione delle acque reflue urbane. La percentuale di popolazione servita è inferiore al 90% nei Comuni di Perugia (85,7%), Campobasso (87,4%), Roma (87,5%) e Catanzaro (87,8%).

La difficoltà a leggere la bolletta

Poco comprensibile la bolletta dell’acqua per una famiglia su tre Stabile nel 2021 a livello nazionale la quota di famiglie che si ritengono molto o abbastanza soddisfatte rispetto all’odore, al sapore e alla limpidezza dell’acqua: sono più di tre su quattro (il 76,2%), ma la quota è ben al di sotto della media nazionale in Sicilia (59,7%), Sardegna (62,9%), Calabria (68,8%) e Campania (70,5%).

Cresce la spesa per l’acqua minerale

Rispetto al 2019, rimangono sostanzialmente invariate la spesa per la fornitura di acqua nell’abitazione e per l’acquisto di acqua minerale. Le famiglie hanno speso in media 14,68 euro al mese per la fornitura di acqua nell’abitazione nel 2020. La spesa mensile delle famiglie risulta superiore alla media nazionale al Sud e al Centro. Nello stesso anno, la spesa mensile sostenuta dalle famiglie per l’acquisto di acqua minerale è di 12,56 euro (-0,1% rispetto all’anno precedente) e pari a circa due euro in meno rispetto alla spesa sostenuta per la fornitura di acqua. Nel 2021, in due terzi delle famiglie (66,7%) almeno uno dei componenti consuma quotidianamente almeno un litro di acqua minerale, dato in crescita rispetto agli ultimi anni. Il consumo di acqua minerale più alto si registra nelle Isole e quello minore nel resto del Sud. E del resto, l’estrazione di acque minerali naturali è in continuo aumento. Le estrazioni complessive di acque minerali a fini di produzione dai siti minerari autorizzati nel territorio superano i 19 milioni di metri cubi, con un incremento del 17,6% rispetto al 2015 e del 9,3% rispetto al 2018 (+1,6 milioni di metri cubi estratti).