I supermercati Morrisons: via la data di scadenza del latte, basterà un test olfattivo

MORRISON_LATTE_SCADENZA

Via la data di scadenza, sostituita da un Tmc, il Termine minimo di conservazione, superato il quale il consumatore è invitato a uno “sniff test” ad annusare il prodotto e a valutare se è ancora commestibile. La catena britannica di supermercati Morrisons, dopo lo yogurt e i formaggi a pasta dura, ha deciso di sostiture anche sulle confezioni di latte fresco la dicitura “consumare entro” con quella “consumare prerebilmente entro”. Una volta terminato la catena invita il consumatore a valutare se è ancora buono da bere.  Il tutto per ridurre lo spreco alimentare considerando che ogni anno in Gran Bretagna vengono buttate nel lavandino circa 250 milioni di litri. Senza considerare il risparmio di plastica: questa scelta porterà a una riduzione della produzione di rifiuti plastici di circa 180 tonnellate all’anno.

La Food standards agency (Fsa), l’autorità britannica di controllo alimentare, ha affermato che la sostituzione della data di scadenza – “da consumare entro” –  con il Tmc – “da consumare preferibilmente entro” sul latte a seconda della lavorazione e del tipo può essere approvata. Ma deve esserci un’etichettatura chiara e le date stampate su tutti i cibi e le bevande devono essere basate su “prove solide sul prodotto in questione”. La Fsa ha anche sottolineato che quando si tratta di cibo in generale, lo sniff test fai-da-te non è un test di sicurezza appropriato, specialmente con prodotti che potrebbero causare intossicazione alimentare, come appunto i latticini che dopo la data di scadenza cominciano a sviluppare carica batterica importante.

Foglia di fico “eco-friendly” che nasconde interessi di filiera?

Morrisons non è la prima azienda ad aver imboccato questa strada. La Danone ha annunciato che in Belgio sostituirà in etichetta la data di scadenza con il Tmc. La scelta, ha spiegato l’azienda al portale Euractiv, è per contrastare lo spreco di cibo visto che ogni anno il 10% degli 88 milioni di tonnellate di rifiuti alimentari è “provocato” dalla data di “fine vita” impressa sui prodotti. Un’accelerazione che poco ha convinto la Ue che ha invitato alla cautela, visto che i prodotti lattiero-caseario per loro natura possono causare pericolose conseguenze per la salute del consumatore se consumati oltre scadenza.
Insomma dietro alla sacrosanta crociata antispreco possono nascondersi altri obiettivi. “Un Tmc più lungo – ci ha spiegato nel numero di agosto 2021 Dario Vista, biologo nutrizionista e tecnologo alimentare – significa meno possibilità per i prodotti di raggiungere il fine vita ed essere smaltiti come rifiuto con la conseguente perdita economica dell’ultimo rivenditore. Il produttore-grossista invece con un Tmc più alto può piazzare ordini più grandi ed essere competitivo sul mercato nei confronti di un rivenditore che ha una minore eventualità di smaltire il prodotto come rifiuto”.

Avere una shelf life, la vita a scaffale, ben più longeva, insomma, rappresenta un vantaggio tanto per il produttore che per il distributore. Resta un dubbio di fondo: la sicurezza alimentare è sempre garantita anche dopo il Tmc? “I prodotti con elevata acidità e bassa attività dell’acqua, ad esempio le conserve di pomodoro, la pasta e il riso – spiega il tecnologo – possono tranquillamente essere consumati anche passato qualche mese dopo il Tmc. Nello specifico la pasta – per la bassa attività dell’acqua – e il tonno – per l’elevato contenuto di sale – sono molto sicuri in questi casi. Sui surgelati sarei più cauto, se non si pone attenzione alla successiva corretta cottura, così come per i prodotti con molti ingredienti dove possono sussistere interazioni con curve di deterioramento diverse”.
La normativa comunitaria e nazionale sul termine minimo di conservazione affidano già ai produttori molto “margine” per stabilire il termine temporale, c’è così bisogno di aumentare lo spazio di manovra dei produttori? Risponde ancora Dario Vista: “A mio parere, visto che esiste l’autoregolamentazione, è necessario che nella tracciabilità del prodotto, ormai gestibile facilmente con le risorse digitali fruibili a tutti, siano presenti i dati e i risultati relativi alle prove effettuate dalle aziende per la determinazione del Tmc”. Combattere lo spreco è importante. Senza però sacrificare le sicurezza alimentare in nome del profitto.