Contro l’influenza aviaria la Francia adotta il lockdown per pollame e volatili

INFLUENZA AVIARIA

Un lockdown per evitare che pollame e volatili entrino in contatto con gli uccelli migratori potenziali portatori dell’influenza aviaria. È quanto ha deciso il ministero dell’Agricoltura francese per far fronte alla moltiplicazione di casi di influenza aviaria nei paesi che confinano con la Francia. Il ministro Julien Denormandie ha adottato anche una serie di altre misure di contrasto, tra cui il divieto di organizzare fiere, condizioni più severe per il trasporto, l’introduzione nell’ambiente naturale della selvaggina e l’uso di esche; il divieto per i piccioni da competizione di entrare o uscire dalla Francia fino al 31 marzo. Negli zoo e per gli uccelli che non possono essere confinati o messi in rete diventa invece obbligatoria la vaccinazione.

Nel nostro paese la situazione non è migliore: ad oggi si contano, almeno, 7 aziende in cui è stata confermata la presenza di virus HPAI: è proprio di oggi la notizia di un caso accertato nella Asl Roma 3 (Ostia Antica) che ha reso necessarie una serie di misure di contenimento, tra cui l’istituzione di una zona di protezione con raggio di 3 Km dall’allevamento sede di focolaio di influenza e una zona di sorveglianza con un raggio di 10 Km. Il Centro di referenza nazionale per l’influenza aviaria presso l’IZS delle Venezie ha infatti confermato la positività per virus influenzale sottotipo H5N1 ad alta patogenicità (HPAI) su campioni prelevati in altri due allevamenti di tacchini da carne situati a ridosso della zona di sorveglianza istituita a seguito dell’individuazione dei primi focolai e più precisamente nei comuni di San Bonifacio e Nogara entrambi in provincia di Verona. L’analisi filogenetica eseguita sui virus identificati nei primi 4 diversi focolai di HPAI H5N1 di Ronco all’Adige (VR) ha evidenziato che si tratta di virus molto vicini geneticamente il che suggerisce una singola introduzione primaria (presumibilmente da uccelli selvatici) e successiva disseminazione agli altri allevamenti.

Per il momento, entro i nostri confini, non si parla di lockdown che, beninteso non sarebbe un ritorno all’allevamento in gabbia proprio nel momento in cui l’Europa ci chiede di andare in una direzione diversa. “Nel nostro paese questa tipologia di volatili è allevata all’aperto in condizioni comunque di sovraffollamento” spiega Gianluca Felicetti, presidente della Lav aggiungendo “in una ipotetica scala etica, questo modo di allevamento non è migliore dell’allevamento in gabbia (vietato solo per le ovaiole, ndr)”. C’è un problema insito nell’allevamento intensivo: il sovraffollamento – come anche abbiamo imparato a nostre spese – porta necessariamente una moltiplicazione dei casi di infezione. Dobbiamo abbandonare questa tipologia di allevamento invece di continuare a finanziarlo.