Posti di lavoro o salute? Sulla plastica monouso compostabile l’Italia ignora i rischi

plastica monouso

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Salute o posti di lavoro? Come spesso accade in questo paese l’alternativa gira intorno alla contrapposizione tra questi due diritti. Questa volta a essere protagonista è la direttiva Sup, l’approccio della Commissione europea a un problema enorme: quello della plastica monouso. Il nostro giornale ne parla da anni, e d’altronde non si tratta di una nuova direttiva, né di un problema recente: i nostri mari, i nostri terreni, il cibo che mangiamo…. tutto è oramai inquinato di plastiche e microplastiche. E così in molti avevano salutato con favore la decisione, presa nel 2019 dall’Europa di bandire la plastica monouso:dal 3 marzo niente più bastoncini cotonati (i cotton fioc, per intenderci), né posate, piatti, cannucce monouso. Stop ai mescolatori per bevande, aste per palloncini,  tazze, contenitori per alimenti e bevande in polistirene espanso.

Nulla di nuovo, insomma, per una direttiva che si annunciava da tre anni e che di certo non coglie impreparate le aziende del settore, particolarmente rappresentate in Italia, paese leader delle produzioni di packaging.

Allora perché tanto rumore? Perché da giorni un fronte che va dal leader di Confindustria Bonomi al ministro dello Sviluppo Giorgetti, passando per quello della Transizione ecologica Cingolani, e includendo finanche il presidente di Legambiente Ciafani, tuonano contro una decisione assurda, sbagliata che mette a rischio 50mila posti di lavoro nel nostro paese?

A cogliere di sorpresa politici, imprenditori e una parte del mondo ambientalista italiano la pubblicazione delle linee guida della SUP, approvate lo scorso 31 maggio dalla Commissione, che include nel bando anche i prodotti a base biologica e biodegradabile, come le bioplastiche compostabili, o i beni che utilizzano anche solo in parte plastica tradizionale, come ad esempio i piatti e bicchieri in carta o cartone foderati con un sottile strato impermeabilizzante di pellicola plastica. Una svolta che ha preso di sorpresa il governo italiano che nel decreto per il recepimento aveva previsto tra i criteri guida proprio la possibilità di continuare a immettere sul mercato prodotti in plastica biodegradabile e compostabile certificata.

Sul fronte opposto Greenpeace che critica un approccio, quello italiano, che punta a sostituire gli oggetti in plastica monouso con altri oggetti, non in plastica, ma sempre monouso.

La grande assente, in una polemica che monta da giorni su tutti i giornali, è l’evidenza che il compostabile, grande vanto dell’industria italiano, tanto compostabile non lo sia. Lo dice la nostra inchiesta in edicola che ha analizzato piatti, bicchieri e posate – per l’appunto dichiarati compostabili – serviti nelle mense scolastiche italiane, trovando in gran parte dei casi il più che fondato sospetto che contengano i pericolosissimi Pfas.

Un grosso rischio per la salute di chi li utilizza, e un problema enorme anche per l’ambiente visto che milioni di questi pezzi finiscono nei terreni come fertilizzanti e rischiano di rilasciare nei nostri campi i Pfas che contengono.

Inutile chiedere risposte che riguardino la nostra salute al presidente di Confindustria Bonomi e al ministro dello Sviluppo Giorgetti, entrambi più preoccupati dei posti di lavoro che si perderebbero con il bando europeo a questi prodotti. Forse più lecito chiedere risposte al ministro per la Transizione ecologica Cingolani. Non era lui che aveva dichiarato a fine maggio, in un’audizione sui Pfas che “questa roba si vieta e basta“? È bastata poco più di una settimana per cambiare idea?